“I ricordi di chi mi parlava, relativi a quel periodo, erano vividi e precisi – scrive l’autore nella Nota al volume -. Erano tutti giovani, allora. Alcuni erano proprio piccirìddi. C’era la vita che pulsava dentro le vene, fanculo il mondo in guerra, vivere era una urgenza, sopravvivere non poteva bastare. Anche nella miseria ci si industriava per lavarsi l’unico vestito buono, per improfumarsi con i fiori dei campi, per ottenere un appuntamento all’ombra della magnolia e scambiarsi un bacio davanti al mare. C’era tutta la vita da vivere sotto un bombardamento. Per me fu una rivelazione ascoltarli, nelle loro parole trionfava l’ironia. Fuori, il mondo urlava la propria ferocia e loro lo fottevano contrapponendogli la giovinezza, godendosi i primi amori, giocando, guardando con misericordia le miserie degli adulti. Questa fu la chiave di volta per scrivere Maggio ’43. Sarebbe stato un ragazzino a raccontare tutto: Gioacchino, il piccolo protagonista, ha dodici anni”. Il 9 maggio del 1943 la città di Palermo subì un bombardamento aereo che distrusse parte del centro storico. Nel “cunto” di Davide Enia, il ricordo della catastrofe viene scolpito nei quadri dell’avventuroso attraversamento della grande devastazione da parte di tre parenti che cercano di beffare la fame. Zu Cesare, Umbertino, il piccolo Gioacchino (con dietro la corte dei miracoli della famiglia a carico) sembrano gli eroi classici di una leggenda popolare, tre maschere antiche. Con una nota di Emma Dante.