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Paolo Maier
Presi a calci
A Palermo non hanno ancora potuto applaudirlo. I grandi teatri e i grandi
giornali locali non sanno neppure chi sia, e se lo sanno lo ignorano,
come si fa ormai spesso con molte fra le migliori compagnie teatrali,
giovani e non, con buona pace del talento o dei riconoscimenti che possono
piovere da pubblico, critici o professionisti del settore. Poco conta
ormai anche il campanilismo che preservava almeno l’orgoglio di
mostrare i prodotti della propria terra.
Grande amarezza nel dover constatare l’isolamento e il pregiudizio
dei teatranti palermitani, che non sanno far propri i talenti che con
così ammirevole caparbietà vogliono restare a vivere e lavorare
nella loro terra pur in condizioni ai limiti dell’umana decenza.
Dopo aver riso a cuor sereno, spontaneamente, (cosa di questi tempi preziosa
come una boccata d’aria pura) della comicità sincera e diretta
di Italia Brasile 3 a 2, applaudito a Teatro al Parco, scritto e interpretato
da Davide Enia giovane talento palermitano, classe 1974, protagonista
della fase finale del Premio Scenario 2001, l’amarezza è
ancora più pungente. Uno spettacolo che ritrae con sensibilità
e ironia le vicende dello storico incontro mondiale di calcio, dipingendo
un ritratto nel quale ogni famiglia italiana piò riconoscersi:
stretta davanti al televisore, magari comprato proprio per l’occasione,
ciascuno dai propri riti scaramantici costretto a ripetere lo stesso gesto,
a indossare gli stessi abiti dei gironi di qualificazione, a bere caffè,
a fumare ininterrottamente…
Un racconto epico che nel sorprenderci così efficacemente rappresentati,
lascia affiorare il disegno sotto la tempera: la piccola società
italiana di quegli anni, le piccole famiglie che la componevano evocate
in scena come personaggi di una pièce, ancora e sempre tragicomica,
con quel dono di saper vivere che sa trovare soddisfazione e gioia nelle
piccole cose, che diventano grandiose, come appunto la partita di pallone.
Passioni che diventano un credo saldo come quello religioso, cui si deve
rispetto e dedizione.
Una sedia, due bravi musicisti, Salvatore Compagno Settimio e Serradifalco,
che accompagnano e contrappuntano il racconto, e la vigile semplicità
scanzonata di Davide Enia, il suo racconto che vira al cunto nei momenti
più tesi, a infiammare il nostro animo, per poi spegnerlo in un
ultimo sorriso, lasciandoci rinfrancati e distesi come difficilmente capita
anche a teatro.
Simone Rossi - 7 dicembre
2002 . 14:15
Da: "Blog"
"These words I write Keep me trom total madness"
ieri sera ho visto italia-brasile 3 a 2: non la partita, lo spettacolo
teatrale omonimo di tale Davide Enia.
spiego.
(. ..)
una meraviglia di spettacolo teatrale: un ragazzo a raccontare, e due
ragazzi fratelli gemelli a suonare la chitarra ogni tanto. sul palco:
tre sedie. e basta. siciliani tutti e tre, e da come parlava lui si sentiva
tutto. italia-brasile 3 a 2 è il risultato della partita di pallone
più emozionante che la storia del calcio italiano ricordi: ottavi
di finale del mondiale di spagna '82. quelli che poi abbiamo vinto, e
lo sanno tutti. quello che tutti non sanno (almeno, io non lo sapevo)
è che l'italia in quei mondiali lì era una squadra sfavoritissima,
arrivata non si sa come agli ottavi e comunque già con le valigie
fatte perché il brasile era il brasile: falcao, socrates, zico,
cerezo. tutta gente di cui io ignorantissimo di calcio non sapevo niente
(ciè vabbeh li senti sempre dire ma alla fine non è che),
e di cui i giornali dell'epoca parlavano come di marziani, di esseri soprannaturali
scesi sulla terra per insegnare al mondo il gioco del pallone. questi
ci davano di tacco, facevano le rovesciate, facevano dei cross di una
precisione chirurgica, e praticamente non sudavano neanche. l'italia cosa
aveva? fra gli altri un portiere di 40 anni (un ottuagenario, nel mondo
del calcio), e un attacante sconosciuto piccolo piccolo magro magro che
non sapeva tirare di destro non sapeva tirare di sinistro non sapeva darci
di testa non batteva i rigori non batteva le punizioni che nel campionato
precedente aveva fatto la media del tre nei voti della gazzetta che i
giornali si chiedevano perché bearzot l'avesse convocato, quel
patacca. si chiamava paolo rossi, ed era come se in campo non ci fosse.
ma come fai a marcare uno che in campo non c'è? non lo marchi,
e paolo rossi ha fatto tre gol al brasile, due alla polonia in semifinale
e uno alla germania in finale: eroe nazionale. davide enia racconta la
storia di quella partita, racconta la storia della dinamo kiev che si
fa trucidare dai nazisti sul campo (bellissima, applausi. ve la racconterò),
racconta la storia dì garrincia, ala destra brasiliano zoppo (poliomelite
da piccolo) ma velocissimo fortissimo pure lui eroe nazionale e morto
alcolizzato e dimenticato su un marciapiede (bellissima, applausi. ve
la racconterò). fa ridere. fa quasi piangere. ero a teatro con
il mio papà, che ogni tanto annuiva e sorrideva e si vede che si
ricordava di quel cinque luglio e gli brillavano gli occhi: all'epoca
del mundialito lui aveva ventisette anni, io quattro mesi. mi facevo dei
gran giri con il passeggino nel sole di luglio, che tanto in strada non
c'era nessuno e alla mia mamma del calcio non glien'è mai fregato
un tubo. in platea c'era pure antonio cabrini. quando il mio papà
l'ha visto entrare è stato come se gli si fosse materializzata
davanti una figurina panini formato uno e ottanta: sbavava, quasi. informatevi
su questo spettacolo: io e il calcio non siamo compatibili, ma quella
roba lì è poesia.
Matilde Puleo
Lo spettacolo
di Davide Enia porta in scena la storica partita che vide la nazionale
italiana, affrontare i ‘marziani’ del Brasile. Minuto per
minuto!
C’è qualcuno che non ricorda i mondiali
del ’82?
Davide Enia, il giovane attore palermitano lancia una tra le più
calde e delicate sfide alla memoria collettiva del giovane pubblico di
Arezzo Wave, ripercorrendo in maniera quasi maniacale ogni secondo di
quella partita. Con la maglia rosa del Palermo assunta recentemente alla
serie A, Davide Enia in scena ci racconta i riti, gli scongiuri e le dinamiche
di una famiglia palermitana riunita intorno ad uno dei primi televisori
a colori acquistata per l’occasione e quindi motivo di richiamo
per amici e parenti.
Inserendosi nella scia dei grandi raccontatori come Paolini e Ascanio
Celestini, il giovane attore che all’epoca era poco più di
un bambino, evoca personaggi e fatti, disponendo i propri parenti in salotto
secondo la medesima logica con cui si dispongono sul campo i calciatori
dell’Italia. In seguito, nei momenti più intensi e carichi
di pathos che precedono un goal, l’attore comincia a parlare con
il tipico ritmo sincopato dell’antica tecnica del ‘cuntu’
siciliano.
In pratica, questo eccellente erede di Mimmo Cuticchio sa imbrigliarti
tra parate, colpi di testa e rigori come se la storia provenisse dalla
notte dei tempi. E’ così che il magrissimo Paolo Rossi nato
a Prato, l’anziano Zoff, il bellismo Antonio Cabrini e Ciccio Graziani
detto il generoso diventano eroi di un’impresa cavalleresca che,
alla maniera del paladino Orlando in lotta contro i draghi più
terribili, si trovano a dover affrontare il gioco marziano di ‘u’
Brasili’.
Il racconto è intenso e la parola siciliana, ricercata ritmica
e fortemente musicale, è in grado di suscitare i nostri più
lontani ricordi anche se da allora non abbiamo mai più visto una
partita di calcio. L’uso eccellente di un dialetto assolutamente
comprensibile eppure così attento alle sfumature di significato
è in grado di trasformarsi in immagine viva e il calore del racconto
strappa applausi ad ogni goal come se avvenissero in quel momento! Le
risate invece, si riservano per l’istante successivo, quando la
meraviglia della battuta, la genialità di certe trovate e l’intenso
ritmo della narrazione, ti piegano sulla sedia.
In scena insieme a lui diventano essenziali gli strumenti di Settimio
Serradifalco e Salvatore Compagno chitarra e percussioni abilissime a
sottolineare ogni momento dello spettacolo. Compreso di quelli in cui
il pubblico scopre le tenere storie di calciatori malati nati nelle favelas
e poi divenuti mitici sul campo come Garrinchia o ripercorre la tragica
storia della squadra ucraina che nel 1942 fu fucilata dai gerarchi nazisti
perché non era stata in grado di… perdere in una partita
contro la squadra degli occupanti tedeschi che avrebbero voluto sottolineare
la perfezione della razza ariana di fronte a 44 mila spettatori.
La partita diventa così solo un tramite per raccontare
il valore civile dello sport e del calcio e del suo fortissimo potere
aggregante per giocatori, tifosi, popoli sottomessi e per intellettuali
alla Carmelo Bene, anche quando azzardano metafore un pò oscure!
Così, con la scusa delle gesta eroiche del pallone di Paolo Rossi,
si assiste ad uno spettacolo entusiasmante dove ciò che intuisce
perfino per chi non se ne intende è il differente modo di tifare
del pubblico di oggi rispetto a quello di vent’anni fa.
Con la maglia rosa del Palermo, Davide Enia ha dato il meglio di se stesso.
Lo diciamo senza tema di smentita se non altro perché a vederlo,
ad Arezzo c’erano due dei protagonisti del suo racconto, Paolo Rossi
e Ciccio Graziani ‘il generoso’ che a fine spettacolo gli
hanno confessato di sentirsi stanchi e provati come se la partita l’avessero
vinta qualche minuto prima!
Lo spettacolo Italia-Brasile è anche questo, ma è soprattutto
l’occasione per riflettere su come fare buon teatro raccontando
se stessi, avvalendosi di un linguaggio che è quello col quale
sei nato debitamente filtrato non dalla tecnica ma dal calore umano e
dall’urgente bisogno di raccontare.
Gianmarco Cesario
Autore: Davide Enia
Regia: Davide Enia
Compagnia/Produzione: © Santo
Rocco e Garrincha
Cast: Davide Enia musiche: Akkura: musicisti in scena: Giulio Barocchieri
& Fabio Finocchio
Il palco è vuoto, non un fondale, non una quinta,
solo, al centro, due sedie ed un parallelepipedo rosso. La luci di sala
si abbassano. Restano accesi i fari del piazzato di scena, una luce bianca,
fredda. Entrano, dai camerini, tre uomini, il primo è alto e dinoccolato,
completamente calvo, il secondo, per contro, ha una massa di capelli ricci
sotto la quale a malapena si intravede un paio d’occhiali, il terzo,
infine, non altissimo, non magrissimo, indossa una maglia del Palermo
e con fare apparentemente timido saluta il pubblico, quasi fosse imbarazzato
e sorpreso di trovarlo lì. I tre si siedono ed ecco che la magia
del Teatro comincia. Già perché “ITALIA BRASILE 3
A 2” è uno spettacolo magico, magico come la partita alla
quale fa riferimento nel titolo e la cui telecronaca ne costituisce il
plot drammaturgico. Magico perché appena l’uomo calvo e quello
capelluto, che sono rispettivamente il percussionista Fabio Finocchio
ed il chitarrista Giulio Barocchieri, intonano una musica in stile sudamericano,
il terzo, quello vestito con la maglia rosa-nero della squadra siciliana,
incomincia a recitare uno dei monologhi più divertenti e commoventi
che si siano sentiti negli ultimi anni. Quell’uomo si chiama Davide
Enia e siamo convinti che il teatro del nuovo millennio, questo teatro
che così poco sta offrendo a chi lo ama e lo segue con passione,
abbia trovato finalmente un nome che entrerà nel firmamento dei
grandi. Pur restando gran parte dello spettacolo seduto Enia recita il
suo monologo mentre le mani e le braccia si aprono e volteggiano a fendere
l’aria di quel palco che solo fino a poco prima sembrava vuoto ma
che ora è pieno, pieno dei personaggi raccontati da lui, pieno
della sua voce, pieno della sua mimica, pieno delle musiche. Insomma pieno
di Teatro. Nel suo racconto i giocatori dello storico Mundial Spagnolo
diventano dei personaggi a metà tra il mito e la parodia: il “quarantenne”
Zoff, il “bellissimo” Cabrini, “il magro magro”
Paolo Rossi, che nei momenti decisivi si materializza dal nulla, ed il
“generoso” Ciccio Graziani e con loro diventano personaggi
anche zio Peppe, Bruno Cuccurù, Vincenzo Filippone e tutti i parenti
e gli amici con cui Enia, allora un bambino di otto anni, condivise l’esaltante
esperienza d’assistere a quella partita davanti allo schermo di
un TV Color Sony Triniton, acquistato per l’occasione, ed in questa
variegata galleria di personaggi c’è posto anche per delle
divagazioni tra cui una citazione parodiata di Carmelo Bene, che fu grande
estimatore di Falcao, ed una dedicata proprio al celebre giocatore brasiliano
che militò nella Roma, anzi a lui Enia riserva uno dei suoi rari
momenti in piedi, poiché nell’imitare il suo speciale modo
di calciare il pallone si esibisce in un divertente samba. Il tutto è
sì condito da un geniale umorismo, ma anche inframmezzato da due
momenti di reale commozione, il primo quando viene ricordata la figura
di Garrincha, il giocatore del Brasile anni ’50 morto dimenticato
nel 1983, l’altro nella rievocazione dell’eroica fine della
squadra del Dynamo Kiev, sterminata dai nazisti nel 1942, perché
non accettò di farsi battere dalla squadra degli invasori. Alla
fine il pubblico, a cui l’attore ha praticamente impedito di applaudire
per tutto lo spettacolo, è esploso in un fragoroso consenso che
ha letteralmente costretto i tre interpreti ad un bis, nel quale, con
la sua surreale comicità intrisa di poesia, Enia ha immaginato
una utopistica partita tra le due Americhe vinta, naturalmente, dai giocatori
di quella del sud.
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