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Serena Macrelli - 7 luglio 2003
DAVIDE ENIA, IL FASCINO DEL TEATRO “NUDO”
Basta un attore per fare teatro. Lo hanno dimostrato Marco Baliani, Marco
Paolini, Ascanio Celestini. Nesssuna scenografia se non il nero del fondale,
qualche luce come candela del tempo e talvolta un po’ di musica,
di sottofondo. Ma sul palcoscenico solo loro. La parola. Il gesto. L’attore.
Così Davide Enia e il suo “SCHEGGE” studio su “maggio
‘43” in scena fino a ieri al Festival Santarcangelo dei Teatri.
Una sedia, un contrabbasso e la capacità di dar corpo e sangue
a memorie e racconti. Quelli dei sopravvissuti ai giorni di fuoco e di
bombe del maggio del ’43 in una Palermo presa d’assalto dalle
ultime micce della guerra. Dalle interviste a chi visse quei momenti un
affresco in dialetto siciliano che si fa storia unica ed universale. Miscela
(memorie e vernacolo) già collaudata e che, ammettiamolo, presenta
per chi la fa sua il rischio di risultare orma sulle orme. Invece, quando
il talento c’è la suggestione del teatro “nudo”
di parola riesce sempre a catturare. Ed Enia è un buon cacciatore.
Passa da un personaggio all’altro con facilità. Ora è
il protagonista bambino che parla con il fratello morto, ora la taciturna
zia Assunta che racconta una ninnananna. Tra tradizioni e verità,
filastrocche popolari e frammenti di Storia scorre un’ora e mezza
di monologo a ritmo di commozioni, sottile umorismo, drammaticità.
E la vita si concretizza in immagini, emozioni, oggetti: ‘u pane
nivuru, ‘u sfollamento, ‘a milizzia fascista, i bombardamenti,
Palermo in macerie. Come sessant’anni fa lì, a pochi passi,
davanti agli occhi..
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