Diario

 

20 gennaio 2006

Gianluca Favetto

Gran lite in famiglia

“Scanna” di Davide Enia racconta il male di vivere

Non conta quello che è scritto sui programmi di sala, nei libretti di accompagnamento degli spettacoli. Non conta molto. E non solo perché conta il gesto, l’azione, ciò che accade e come accade, ma perché la parola – sempre – deve essere un fatto, deve essere carne anche quando è pensata, partorita per rimanere sulla carta, altrimenti si riduce a spiegazione, didascalia, aborto, e dunque non è più, perde senso, smarrisce direzione, dimentica il racconto che porta con sé.
E poi, soprattutto, contiamo tu e io. Ci sono sempre un tu e un io che, alla fine, rimangono soli e si fronteggiano in letteratura, nel cinema, nel teatro, nell’arte in genere – nella musica non so, devo ancora capire, mi pare che l’interprete sia un terzo. Tu e io di volta in volta cambiano: tu agisci, incarni lo spettacolo teatrale (il tu nel teatro è plurale, è una folla) e io guardo. Oppure, io scrivo (anche l’io che scrive è una folla, è un plurale) e tu leggi. E ciascuno deve darsi all’altro, il tu deve darsi all’io e viceversa. Solo così ci si incontra. Bisogna darsi a Scanna, se vuoi che Scanna si dia. Lo ha scritto e diretto nella sua lingua palermitana Davide Enia. Lo compongono in scena Valentina Apollone, Luigi di Gangi, Alessio Di Modica, Katia Gargano, Ugo Giacomazzi, Giorgio Li Bassi, Paolo Mazzarelli, Carmen Panarello e Antonio Puccia. Fino al 22 è a Milano al Teatro Leonardo e poi in giro. Sul libretto spiegano che cosa vuol dire “scanna” in palermitano, ma è appunto una spiegazione. Io l’ho vissuto così: un dito puntato come la canna di un fucile e un imperativo, seconda persona singolare dell’imperativo presente. Ed è quello che ho visto: un colpo in canna puntato contro il pubblico e un presente storico, imperativo, in cui si concentrano anche il passato e il futuro. Un crescere a spirale di tensione ed energia. Nove persone chiuse in uno spazio, una famiglia in un rifugio. In attesa del ritorno di un padre. Fuori, la guerra. Non la Seconda guerra mondiale. Piuttosto una guerra di mafia, guerra di tutti i giorni, guerra contemporanea. Sono una madre, cinque fratelli, uno zio, una zia e un nonno. E una pistola. E un padre che, forse, è andato a mettere una bomba. E la paura di essere traditi e scoperti. E la voglia di uscire. E le regole da rispettare. E l’odio. E il destino. Il rifugio è un campo di battaglia. Come la famiglia. In un campo di battaglia c’è chi muore e chi sopravvive. Non è dato campo di battaglia senza tragedia. Scanna è una tragedia da sentire, finchè uno ha orecchie e cuore.


 

 

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