|
Claudia Olimpia Rossi - 1 febbraio 2004
MAGGIO '43 e NON E' VERO, MA CI CREDO.
Un'ovazione per Enia al Parco Superstizione e umorismo al Pezzani
«C'era una volta un re, Befé, Biscotto e Miné»:
Davide Enia accoglie il pubblico con la carezza suadente di una vecchia
filastrocca siciliana, recitata in dialetto, scandita in metrica, quasi
una nenia musicale. Sulla sedia, unico arredo scenico, il narratore oscilla
con gli occhi socchiusi mimando una gestualità che ricorda quella,
breve, abbozzata, dei pupi. L'arte cui attinge è il cunto, una
tradizione antica di secoli che tramandava interminabili racconti epici.
La novità sta, invece, nell'approfondito lavoro di ricerca di questo
trentenne cui pubblico e critica riconoscono un talento fuori dal comune
che nel 2003 gli è valso il premio Ubu per l'applauditissimo Italia-Brasile
3-2. Anche venerdì scorso, al Teatro al Parco, al termine di Maggio
'43 gli spettatori in sala gli hanno tributato un'autentica ovazione.
Per un'ora e mezza Davide Enia, ormai celebrato come novello cantastorie,
ha allestito un set cinematografico ambientato nella Palermo assediata
dalle milizie fasciste e massacrata dai bombardamenti durante gli ultimi
brandelli della seconda guerra. Solo strumento impiegato la propria voce,
capace di tessere un'azione drammaturgica ricchissima di dettagli, immagini,
sensazioni, atmosfere, con la forza della narrazione. Lo sguardo è
quello di Gioacchino, un ragazzo di dodici anni che racconta con lo sguardo
puro e disincantato dell'infanzia la grandezza della guerra, terribile
ma spettacolare, la vita da sfollati, gli espedienti per racimolare pochi
spiccioli, riempire il piatto o, almeno, avere salva la pelle . «...A
volte dalle macerie veniva fùora un pezz'i braccio, na tiesta...
io e me frate, che èeramo nicarèddi, i chiamavamo i fiori
'i carne, un 'u sàcciu picchì»: per la stesura di
Maggio '43 Davide Enia, che ne è anche l'autore, ha raccolto parecchie
testimonianze di sopravvissuti intrecciandole alla propria anima di palermitano
innamorato di una città che ancora reca le cicatrici di quello
scempio. Eppure, nonostante la drammaticità della vicenda, questo
lungo ed appassionato monologo riesce a divertire, strappando ripetutamente
la risata. L'ironia, sottile, efficace, è tutta giocata sulle corde
dell'ingenuità, mai sciocca, di Gioacchino, che non riesce a piangere
per la morte del vecchio zio e si emoziona davanti a una Palermo rasa
al suolo, fumante.
Quando Davide Enia canta, seguito dal musicista Giulio Barocchieri, che
per tutto lo spettacolo sottolinea, alla chitarra, i passaggi salienti,
il pubblico va in apnea. Ci sono alchimie ancora in grado di succedere.
Possono bastare un singolo attore e gli spettatori in sala. Questo è
teatro.
|