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4 Aprile 2004, ore 11.40
Mi metto in bocca il quantitativo giusto di vino per poter mandar giù
per 3 minuti buoni alcool anzicché saliva. L’esperimento
non riesce perché inizio bene, ma bene vero: respiro regolare,
sorsettini precisi, molto metodico sono, quasi matematico, ma poi mi distraggo
pensando al film “Lo squalo 2” e sbaglio nel quantitativo
da deglutire, il respiro mi si fà irregolare e mi viene da tussuliàre,
accussì bevo tutto d’un sorso ma m’affogo lo stesso
e un pò di vino lo sputo mentre un pò mi sgocciola di sul
petto. Scopro di avere tre peli bianchi vicini vicini. Compagnia si fanno.
Quando la cassa toracica s’immette dentro aria, i peluzzi pare che
abballano e ridono. Sembra stiano bene. La cosa mi tranquillizza. Esperimento
non fallito ma riuscito in parte. Comunque: da ritentare.Con la birra?
11 Aprile, ore 18:59
Fuori il cielo è stinto, ha il colore che ha lo
sguardo quando vedi il tuo amore che dorme e tu che pensi ma com'è
che non la amo più, e stai fermo, immobile, una minima ma presente
pulsazione nell'occhio, mentre il tuo amore dorme, ignaro, e tu che lo
guardi e lo sai che però ce lo devi dire, dircelo devi, quando
si sveglia però, quando si sveglia, accussì ci devi dire;
oh amore io non ti amo più, accussì, preciso preciso, non
ora però, ora no, ma com'è possibile se fino a mezzo minuto
fa era il mio amore?, non c'è più amore però, non
ce ne è più, e tu fermo, a guardare, questo colore ci ha
il cielo fuori. E' come quando passa la banda, e suonano fieri tutti i
componenti, all'unisono suonano e tu stai nel pubblico, quando accade
l'ineluttabile, e si manifesta con tutta la propria inevitabilità,
un componente della banda, uno solo, sbaglia l'allineamento, soffia la
nota per una semplice frazione di secondo in più, ed è proprio
lì il presentarsi di una anomalia, non per forza di una stonatura,
no, ma una anomalia sì, che c'è, è presente, e si
insinua, ed allora accumìnciano nel gruppo i colpi di tosse, gli
occhi iniziano a cercare altri occhi, si controllano i movimenti delle
mani, tu cerchi una sigaretta e la trovi, bisogno di fumare, ma dov’è
il mio accendino dove minchia è il mio accendino mi scusasse mi
fa addumàre?, e mani che entrano ed escono dalle tasche, e mani
che accarezzano il viso e tranquillizzano il collo, il peso del corpo
palleggiato dal piede destro al sinistro e dal sinistro al destro, la
goccia che solca la schiena e la ghiaccia, il respiro che inizia a galoppare.
Com’è che si pensa sempre? Meno male che sto nel gruppo:
se sparano il gruppo mi fa da scudo, se la statistica non è una
minchiata ho meno possibilità di venir colpito, ma non siete più
un gruppo adesso, ognuno pensa alla propria pellaccia, alla sua propria
incolumità, alla cura delle proprie cicatrici, per terra lucertole
angosciate che corrono impazzite, ed il tempo principia il suo necessario
rallentamento, e lo spazio si dilata, e freddo fin dentro il midollo del
tuo essere. E’ qui che si impone urgente il confronto con lo specchio
della tua coscienza, e tu che riesci –finalmente- a leggere con
chiara evidenza ogni singolo istante della tua storia, la causa e le conseguenze
di ogni determinata decisione, di ogni determinata scelta, di ogni determinata
rinuncia, e scorgi con la cruda freddezza del chirurgo il filo rosso del
male che lega ogni tua azione. E allora sì, sì che comprendi,
tutto quanto comprendi, lo sai che alla fine come sempre è stata
tua la colpa. Tremi, ma di dentro, mentre gli occhi si imperlano di lacrime,
le costole si distaccano per necessità di aria dentro ogni interstizio
del corpo, dentro ogni lembo di coscienza, respiri, e sudi, e tremi, spalancato
davanti a te in tutta la sua maestosità il baratro che suggerisce
il salto. Ancora un passo, sussurra, ancora uno, e tu che piano, ma deciso,
cammini. Ancora un passo. Poi però avverti un suono, una nota,
come da un altrove lontano, e alla nota se ne aggiunge un’altra,
e un’altra ancora, e un’altra, e la banda rimette in moto
la cucitura con la realtà, ed il tempo riprende il suo scorrere
consueto, e lo spazio riaggiusta le distanze, e la banda procede verso
nuovi altari, nuove crocifissioni, nuovi sacrifici, lasciandoti impietrito
davanti al tuo amore che dorme e tu che lo guardi e non lo ami davvero
più.
16 aprile, ore 15:27
“Eppure so una cosa, Gennaro: aspettavo la luce
ed è arrivato il buio, attendevo il bene ed arrivato il male”.
Me lo diceva sempre Carmine questo, le labbra dipinte in un sorriso lontano
ma caldo, comunque triste. Mi pare che fosse una citazione dalla bibbia,
libro di Giobbe, sempre lo leggeva lui il libro di Giobbe. Allora, in
preda alla malinconia di ‘sti momenti io l’ho aperto il libro
di Giobbe, e ci ho buttato dentro gli occhi, a mùzzo, a cu pìgghio
pìgghio, ed ho letto: “perché ciò che temo
mi accade, e ciò di cui ho paura mi raggiunge”
Tra un po’ ha un mese che è morto mio fratello
Carmine. Era bello Carmine, bello vero. Rideva con gli occhi. Tranquillità
metteva avercelo vicino a Carmine. Io ci penso, in continuazione ci ripenso:
i suoi momenti di silenzio, o quando cantava con la chitarra nera acustica
corde in ferro al buio nel terrazzo di casa mia, o quando mi spiegava
perché le onde si increspano e si ribaltano vicino alla riva, o
quando mi sentivo solo solo come una cosa buttata e dimenticata e lui
per magia mi telefonava per dirmi che ora passo Gennaro e ci facciamo
3 bicchieri eppoi andiamo su alla Chiesa diroccata, o quando al matrimonio
di non ricordo più chi c’era accussì caldo che partimmo
in macchina coi vestiti buoni ben piegati nel sedile di dietro e noi 2
in maglietta e boxer da mare, abbiamo parcheggiato fuori dalla chiesa
e ci siamo cambiati per strada proprio mentre passava la macchina con
la madre e le 2 sorelle della sposa e Carmine ci soffiò in mutande
a torso nudo scalzo un bacio a tutte e tre eppoi entrammo splendidi fratelli
in chiesa noi 2 di bianco vestiti. A tutte ‘ste cose penso e ripenso,
a tutte chìste ed àutre ancora. E mi manca Carmine. Un fottìo
mi manca. Come può manca il mare soltanto a chi è nato in
città di mare eppoi deve vivere a Milano. Accussì mi manca
mio fratello Carmine, come il mare mi manca.
Un giorno, quando mi ho riorganizzato tutto in testa,
quando l’inferno che ci ho di dentro mi brucia un po’ di meno,
quando i tagli saranno cicatrici, allora io te lo racconto di Carmine,
tutto ti scrivo, proprio tutto, ma quando sarà il tempo però,
solo allora, ed ora non è, non è ora il tempo
Fuori piove, di quella pioggia scassaminchia che non
è cafuddàta dal cielo ma nemmanco sbrizzìo leggero
leggero che comunque un po’ di piacere quando bagna il viso te lo
fa perché è gentile lo sbrizzìo, è dolce e
non invasivo. ‘Sta pioggia ccà fùora è invece
il classico esempio di paranoia e di violenza metropolitana: nega gli
spazi aperti per la socializzazione, costringe in asettici cappotti ed
impermeabili, bagna che non te ne accorgi ma sei fradicio fin dentro le
ossa, diocristo. ‘Un la sopporto a ‘sta pioggia ccà,
‘un la sopporto. Schifo mi fa, schifo. Potessi pisciarsi contro,
ci piscerei. Non lo faccio perché alla fine vincerebbe lei però:
è tanta di più, saranno 90 nuvole contro il mio pisello
solo, sfida un po’ impari, non trovi?
18 aprile, ore 16:27
Ieri ascoltavo per radio un brano di Ravel per violino
e pianoforte. “Moto perpetuo” si chiamava. Il violino si appoggiava
sul suono liquido delle armonie del pianoforte e ricreava nella mia mente
immagini di onde, continue ed inesauste. Chiusi gli occhi allora, e portai
la mano destra dentro la sinistra, che, calda e gentile, la accolse. La
mia testa iniziò a muoversi ritmicamente, seguendo il fraseggio
del violino, piccoli movimenti quasi impercettibili. A volte le ciglia
danzavano pure ìdde, scontraendo per miracolo le rughe della fronte.
Piano, iniziai a sorridere. Fu allora che compresi, proprio allora, in
quel preciso istante io compresi, ma per davvero. Mi muovevo esattamente
come mia madre: reggevo la sua stessa postura fisica, gli stessi moti,
le stesse variazioni del viso, lo stesso atteggiamento nell’ascoltare
la musica. Mia madre riviveva nella forma del mio corpo proteso all’ascolto.
Io ero la stessa figura di lei quando da piccolo mi metteva sul giradischi
il disco “Ella at Duke’s place”, mi accarezzava ‘a
tìesta, conchiudeva gli occhi scuri e danzava con pochi ma esatti
gesti del capo il jazz. Io la osservavo a mia madre, mamà, ci dicevo,
mamà, gràpi l’ùocchi mamà, me lo dai
un bacio?, un altro, un altro, l’ultimo mamà, me lo dici
che mi vuoi bene?, e lei mi sfiorava come solo le madri sanno fare con
i propri figli, e mi sussurrava tra scapola e collo semplici e potenti
parole d’amore, poi accennava un sorriso, rivestiva le iridi di
palpebre e tornava a farsi trafiggere soave dalla musica, la testa un
pendolo tra 2 diverse direzioni. Ieri, come lei allora: io. Cosa è
dunque questo medesimo atteggiamento di ostensione nei confronti del mondo?
Cosa è questa simmetria di commozione, riflessa nella percezione
fisica di un evento, tra me e mia madre? Non penso sia soltanto una combinazione
numerica di patrimonio genetico. No. ‘Un può essere sùlu
chìstu. Penso che ci sia insito qualcosa di più sottile,
e recondito, che porta il nostro essere a cercare di risarcire la distanza
con chi non è più vicino a noi, e cerca di recuperare la
frattura, di ricucire la ferita, cerca insomma la comprensione dell’altro
anche attraverso il linguaggio del corpo, perché il corpo: il corpo
non mente mai: una erezione è una erezione, e una fronte imperlata
di sudore è una fronte imperlata di sudore. Poi, la testa, la situazione,
le fobie, le esperienze del vissuto costruiscono impalcature di finzione
e di bugie, ma una mano che accarezza percorre lembi di carne e conosce
una nuova pelle, una lingua che saggia nuove labbra esplora, si dona ed
osa, un coito è un coito, se poi tu dici: ti amo, e non è
vero, non smentisci mai il coito, ma il tuo rapporto con lei, e davvero
non credo d’esser mai stato accussì vicino all’essenza
di mia madre come adesso che danzo ascoltando la musica, una piccola danza
di testa e sopracciglia, le mani unite, il respiro tranquillo, le labbra
aperte in un tenue sorriso.
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