| 22 giugno, ore 14:29
Ieri il vento mi baciava le spalle. I capelli, mi scummugghiàva.
Tra le scapole, nel collo, contro il dorso della mia mano il vento s’insinuava,
e s’adagiava, e per un pò se ne stava. Io lo sentivo il vento
che voleva abballàre. Lo sentivo vero. Gennaro, mi sussurrava,
Gennaro: abballàmo, amunì, abballàmo. E usava tutta
la sua suadenza per farmi aprire alla danza. La malìa della sua
seduzione mi stricàva contro la pelle. Brividi provocava. Amunì,
dài: solo una danza. Ma io: fermo. Chiantàto ddùoco.
Mai mosso io. Nemmanco un passo. Immobile rimasi. Di sale. Non un giro.
Non un passo. Non una parvenza di mobilità. Fermo io e puru la
mia ombra ferma rimase. Il vento soffiava e continuava a cantarmi la sua
canzone, strofe intarsiate di inviti alla danza, mentre io non muovevo
nulla di me, e tutto intorno mi girava, e sembrava vivo, e c’eravamo
soltanto io fermo ed il vento ballerino, io e lui, ad ascoltarci, in silenzio.
Una metafora.
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