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4 maggio, ore 14:11
Tistimìnchia io quando ci ho detto sì.
Mia è la colpa. Tutta mia. Oh, ma tu giochi a calcio?, mi fa. ‘Nca
certo, ci arrispùnno io, troppo forte sono. Se vabbé, risponde
lui. Cha fa ‘un ci credi?, controbatto io. No, replica ìddu.
Non ho capito curò, lo incalzo. Tu per me non sei buono a giocare
al pallone, mi infama. Io a te t’insegno, affondo io con sguardo
ghiaccio. Ah si? Allora vieni a giocare domani?, mi domanda lento lui,
il viso che ci si apriva in un sorriso. Sì, ego dixi. Sì.
Fatto. Detto. Pronunciato. Monosillabbo infame. Infamassimo. Sì.
Lo dissi. Io. Nessuna costrizione. Mica mi puntava il coltello alla gola.
Mica mi sparava. Mica c’erano altri testimoni. Bastardo lui. Abile,
fu abile. Psicologo sottile, il figlio di pulla. Sì. Ce lo dissi.
Minchia. Potevo tirarmi indietro? Potevo? No che non potevo. E’
accussì che va la vita. Accussì. Affermai un sì.
Giocare dovevo. A testa alta. In fondo, scelsi io. Cazzarola. Oramai il
danno era fatto. Ìddu manteneva ‘sto sorriso in viso, che
però non era sorriso, ma un taglio di rasoio, a me destinato. Giochiamo
domani, mi disse. Ti attendo al campo, soggiunse. Alle 8 del mattino,
chiuse. 8 del mattino!?! 8 del mattino!?! Ma non è umano come orario,
volevo controbattere io. 8 del mattino!?! Ma la mia sveglia non ha questo
orario nel suo quadrante, volevo riferirgli io. 8 del mattino!?! Ma è
contro natura, doveva essere la mia conclusione, sillogismo perfetto per
abolire l’assurdità agonistica in cui mi ero ritrovato. Invece:
vabbène, balbettai. Vabbène. Unico fiato. Appena udibile.
Flebile flebile. Un palloncino che si sgonfia, io. Mi turbinarono nna
testa immagini apocalittiche, ragionamenti severi ma precisi, pensieri
foschi ma giusti. Conducevano ad un unico esito: la mia figura di merda
sarebbe stata epocale. Mitica. Unica. Da narrare ai posteri. Chi gioca
accussì presto è abituato, innanzitutto. Io tra sicarìette
e alcool se corro 11 minuti è grazia divina. Vabbuò che
ci ho il tocco di pallone brasileiro, ma a quell’ora dorme il mio
corpo, sogna ancora la mia fisicità, il piede è ancora in
totale catalessi. Fottuto ero. Tutto fottuto. Troppo fesso fui. Un babbo
di minchia. Orgoglio di merda. Me lo meritai, però. Sì che
me lo meritai. Potevo dire: no. Potevo inventare mirabolanti scuse, il
parente giunto dall’Ammerica, lo zio prete che si ordina quel giorno,
la gomma del vespino forata, uno strappo caìno al polpaccio proprio
giusto giusto quando stavo scendendo le scale, guarda: che sfortuna, ci
avrei proprio tenuto a giocare contro di te, vero cui avrei tenuto, te
lo giuro, ma lo vedi anche tu come sono màlo cumminàto,
no?, che sfortuna!, non posso giocare!, alla prossima eh?, chiamami che
vengo di sicuro, parola mia, e tu sai quanto ci tengo io all’onore!…
potevo farlo, no? Grande scena sarebbe stata. Benissimo avrei recitato.
Tutto Al Pacino io quando mi ci metto. Tutto Marlon Brando sono. Lo feci?
No. Non che non lo feci. E allora: tistimìnchia che non sono altro,
tutto mi meritai. Tutto quanto. Finchè la ragione mi sorresse,
mi consigliò: Gennaro, vatìnne a duòrmire, cùrcati,
riposati, dormi presto che è mègghio. Consigliava lei. Argomentava.
Quasi convinto m’aveva. Quasi. Ma poi. Perché c’è
sempre un poi. Poi. Vigliacco poi. Poi mi squilla ‘u telefono. Il
mio amico Totò. Tutto filosofo è Totò. M’invita
a bere ‘sti 5 rum e cola in fila, a stommàco vuoto. A me
mi piace Totò. E’ tutto filosofo. Ma c’era la partita.
L’onore. L’umiliazione da infliggere al bastardo col sorriso
coltello. Che ci dissi a Totò? Che ci dissi? ‘Nca certo Totò,
inizia a ordinare che arrivo. 5 rum e cola in pietra. Mi pare che li ressi
bene. Pure il panino con la milza e limone dopo ressi bene. Andando a
letto, ore 02.44 circa, bene mi sentivo. Tutto maradona mi sentivo. Tutto
diego, io. In fondo, se uno è fuoriclasse, fuoriclasse lo è
sempre. Permanenza dell’essenza, mi spiegò Totò che
si chiama ‘sta cosa. Permanenza dell’essenza. Bello. Mi piacque.
Mi convinse. 5 rum e cola. Olè. Domani ‘u culu ci spacco.
E l’indomani: l’ecatombe. La sveglia alle 7 mi trapanò
il cranio. Dormii in doccia per 11 minuti, in piedi, testa contro ‘u
muro. In vespino guidai col pilota automatico. Ancora ora mi domando e
mi chiedo: ma come càbbaso ci sono arrivato al campo? Boh, miracolo
della fede, e del pilota automatico. E là, al campo, la spavalderia
mi conquistò però. Stavano palleggiando, tutti. Ero l’ultimo.
5 minuti alle 8 mancavano. Non ti riscaldi?, mi insinua lui. No, seccamente
io. Ah, aggiungo, io contro di te. Mi marchi tu?, lui sorpreso. Veramente
sei tu a dover marcare me, io titano, io crùif, io Roberto baggio.
Io: fuoriclasse. Permanenza dell’essenza.
Come andò? Accussì andò. Tutto vero. Alle 8 del mattino
il fischio d’inizio. Alle 8 e 7 minuti io, il divo, il calciatore
totale, la iena d’area di rigore, io: vomito a centrocampo. Tutto
vomitai. Dopo 7 minuti. 7 minuscoli minuti. Tutto vomitai. Tutto quanto.
Rum. Cola. Pane con la milza. Limone. Pure un po’ di pasta col pesto.
Ciò mi stranizzò, però. Era 3 giorni che l’avevo
mangiata la pasta c’u pesto. Mii, e che è, tutto ‘sto
tempo permane? La permanenza dell’essenza. Vomitai. Mi trovai a
bordo campo, portato a spalla, a rantolare. Continuavo a vomitare. Chiamiamo
un’ambulanza? No, risposi, tra uno sbocco e l’altro. No. Un
cannavàzzo ero. Una pietà. Disastro e sfacelo. Tuoni, fulmini
e saette. E lui, l’orrido cagnòlo, segnò pure 3 gòlle,
l’arrùso. Diego, Diego, perché m’hai abbandonato,
Diego? Potevo dire no, alla partita. Potevo dire no al mio amico Totò.
Potevo dire di no ai 5 rum e cola in pietra. Potevo dire no al pane con
la milza. Potevo dire sì, invece, all’ambulanza. Potevo.
Non lo feci. La permanenze dell’essenza. Il mio amico Totò.
Tutto filosofo è. La permanenza dell’essenza. Sempre ragione
ha Totò. Sempre. La mia essenza? L’essenza di stronzo. Permase
la mia essenza di stronzo, eccome se permase. Ho ancora in bocca ‘u
sapore di vomito! E un retrogusto di pesto
13 maggio, ore 10:00
E’ che a volte mi stono, di rum e e cola mi stono.
A volte. Altre volte però no. No. E’ come se mi manca l’aria
però, che non respiro, che mi sento la gola tutta secca, le labbra
arse, io: un piccolo sole che muore. Un pipistrello di pietra nel cuore.
Allora bevo. Di solito: rum e cola. E’ che uno basterebbe, uno.
No, forse uno no, ma tre: tre sì che basterebbero. Però.
Però mi piace ‘u rum-cola, assai mi piace. Ecco perché
mi stono. Perché mi piace bere ‘u rum con la cola. Vero è.
Molto mi piace. Moltissimo. Sì sì. Tutto vero è.
Tutto. Quasi tutto. Cioé: non è che io mi stono solo picchì
è bùono ‘u rum c’a cola. Fosse facile si fùsse
accussì. Bello sarebbe. Bello vero. Ma non è solo accussì.
No. Sì che mi piace ‘u rum e cola. Però io bevo anche
perché... per quella cosa di prima, insomma, il sole che muore,
l’aria che manca... è per ‘ste cose che bevo, in fondo,
e vero... è che, giorno dopo giorno, mi sento appassire, e allora
innaffio, con l’alcool, che la pianta non cresce ma almeno non pensa.
Ecco. Chìstu è. L’ho scritto. Amen. Punto a capo.
Quando minchia si decide ad arrivare ‘sta primmavera?!?
20 maggio 04, ore 18:57
“Tre cose mi recano meraviglia, anzi quattro io
non conosco: la strada dell’aquila nel cielo, la strada del serpente
sulla pietra, la strada della nave in alto mare, e la strada dell’uomo
verso la fanciulla”, sta scritto (Proverbi 30, 18-19), e davvero
c’è tanta saggezza nel non conoscere, nell’ammettere
di non conoscere ogni percorso. Sta nel viaggio il senso della partenza,
il senso dell’arrivo. Accussì mi talìo tuòrno
tuòrno, e intuisco linee di percorrenza che macàri mi indirizzano
verso cosce spalancate di femmina in mia attesa, o contro coltelli lunghi
ed affilati che incideranno le mie carni, o nell’inginocchiatoio
di un giovane prete asiatico a dire: padre non perdonarmi, non mi pento
di nulla. Geometrie che dispiegate possiedono suono, e odore, e necessità
di contatto fisico. Accussì cammino, non a caso, no: non esiste
il caso. Esiste una complessa causalità di eventi: azioni e reazioni
che sommandosi tramano figurazioni sempre più articolate che noi,
ma per davvero, non riusciremo mai a comprendere appieno, e e ci pariamo
‘u bucu d’u culu accussì, chiamando questa imponente
architettura: “caso”. E allora io vado, un passo dopo l’àutru,
saggiano l’asfalto le mie scarpe, il sole le mie spalle, l’aria
intrisa di smog le mie nari, e cammino, e annàgghio picciuttèddi
ca jòcano a pallone in mezzo alla strada, sacchetti della munnìzza
come pali, e talìo chìddu con la maglia nùmmero 7
che pare una danza quando arpiona la palla col piede, e scarta avversari
come l’assolo di una sinfonia, e tira con la rapacità del
gabbiano in picchiata, e segna con la grazia della foglia che si stacca
dal ramo. Poi esulta, da solo, senza abbracciare a nùddu, cercando
con lo sguardo negli àutri piccirìddi i simulacri di immensi
giocatori che ha fottuto con le sue finte, e ride, e si pensa come Diego
Armando, ‘u cchiù grande di tutti, e ride, e si ricomincia,
e palla al centro, e si batte, e la palla torna per incanto al suo piede
benedetto, e riprende a danzare. Allora riprendo a camminare e penso che
ci ho voglia di svampàrmi una sicarìetta e cerco un tabacchi,
scusàsse ùnne posso accattàre i sicarìette?,
accàtto, porto alla bocca e svampo, e talìo ‘u fumo
che sale lento in cielo, disegnando la strada di un aquila in cielo, il
sentiero della serpe sulla pietra, la via della nave in alto mare, il
percorso dell’uomo verso la fanciulla.
28 maggio ore 12:05
Un pensiero m’attraversa mentre guido il mio pandìzio, e
mi colpisce con nettezza tanta è l’evidenza che io non la
vedevo, era davanti ai miei di occhi, c’era ma io: nìente,
‘un ci vedevo nìente, ma ora, ora so una cosa: prima ero
cieco, mentre adesso ci vedo. I see the light, profetizzava John Belushi,
e dopo ìddu, io: Gennaro, vidi, dopo che venni. Vabbùono,
in testa ce la ebbi ddà grandissima pensàta, molto furba
mi parse, ché decidetti di correre subito dal mio amico Totò,
che è tutto filosofo, per dirci la mia sublime riflessione. Era
tardo, tipo ‘i 4 meno un quarto di matìna, ca era ancora
tutto scuro scuro, mapperò tanta e tale era l’evidenza ché
a Totò gli occhi aprire dovevo, in ogni senso. Allora accellerai,
sterzai, sensovietai, frenai, infransi ancora, sorpassai, clacsonai, smadonnai,
curvai, arrivai, parcheggiai. Casa di Totò. Il citofono. I miei
occhi che cercano il suo nome. I miei occhi che lo trovano. I miei occhi
soddisfatti che sorridono, che gentili si ritraggono, che umili si fanno
nascondere dalla calda protezione delle palpebre. I miei occhi verdi.
E poi: la mia mano sinistra che percorre lo spazio, dall’alto verso
il basso, come una piuma che si offre al suolo anzicché al cielo.
La mia mano destra che preme il pulsante, e avverte il freddo metallo
al tatto, e presagisce il caldo della futura voce di Totò. Le mie
mani entrambe che mi tornano in tasca per cercare sicarìette. Le
mie mani tutte e due che ‘un trovano nìente, ca mi scordài
i sicarìette in macchina. Le mie mani ferme e puru io fermo, ca
se vado alla macchina e proprio ora mi risponde Totò e io non lo
sento che ffà?, io lo so come và a finire: stacca ‘u
citofono santiàndo e si torna a curcàre e io che non ci
spiego nìente e mi tengo tutta l’evidenza per me ma senza
la sua filosofia. No. ‘Un è una buona idea ìre alla
macchina. Meglio ccà. Stare ccà. Buona idea mi pare. Buonissima.
La migliore di sempre. Tutto genio io, quando mi ci metto. Io. Un genio.
Fermo. All’inpiedi. Alle 4 ‘i matìna. Davanti a un
portone. Di un màsculo. La frociaggione di ‘sta scenetta
mi fece ridere, vero, assai, ca risi accussì forte ca ‘un
mi avvidi che Totò non solo risposto aveva, ma pure aperto aveva,
perché capito aveva che l’unico babbo di minchia capace di
rompergli i cugghiùna a ddà ora io ero... solo che mi prese
per ubriaco, per quanto stavo ridendo, no Totò, no...AH! AH!...
‘un sùgnu ‘mbriàcu, no... AH! AH!... rido perché...
AH! AH!... Totò!... AH! AH!... io... ‘i 4 di matìna...
AH! AH!... ‘u tuo portone... due màsculi... AH! AH!...troppo
fròcio... AH AH!... frocissimo... la cosa cchiù arrusa d’u
mun... non ti fa ridere?... davvero?... no dài... sì...
scusa... sì... è vero... scusami... è tardi lo so...
sì... va bene... la prossima vol... ah, non ci sarà una
prossima volta... capisco... sì.. no..... scusami ancora.... no
non ci sto rimanendo male... no davvero hai ragione tu Totò...
sì... no è che... non... ti volevo dir... no... è
una cosa import... la verit... sì... no... scusami... allora ciao...
sto uscendo, eh?... ciao Totò ciao.
Minchia. Calma. Calma. Dire tre volte minchia e l’aria accussì
torna al cervello, il sangue fluisce via, si torna a ragionare. Dire 3
volte minchia. Poi: respirare. Dirlo. Ora. Minchia Minchia Minchia. Detto.
Fatto. Respirare ora. Sù. Farlo. Farlo. Accussì. Accussì.
Fatto. Ora: mantenere la calma ed analizzare sùocco succirìu.
1: Totò mi jiccò fuori da casa sua. 2: Uscii, pure molto
lombricamente, mi pare. Tutto strisciavo. 3: ‘Un ci cuntài
la rivelazione, l’evidenza, la verità rivelatamisi. Questi
i fatti. Minchia. Il mio amico Totò. Fuori di casa mi jiccò.
A me. A me. Al suo migliore amico! Fuori di casa! Inaudito! Chìsta
me la paga Totò. Tutta quanta me la paga. ‘Un ce lo cunto
più ‘u fatto evidente. ‘Un ce lo cunto più.
A nùddu ce lo cùnto. Tutto per me me lo tengo. Tutto quanto.
A nùddu. Io ‘u sàccio. Io. Io e John Belushi. Solo
noi. Solo noi 2. Gli illuminati. Il resto è buio, filosofia debole
ed ermeneutica incomprensibile. Io ci ho avuto la rivelazione, Totò.
Io. No tu. Io Pagarmi mi devi per averla. Pagarmi. E ora basta. Stop.
Prepara i pìccioli. Io, intanto, me ne sto tutto illuminato. Un
piccolo sole sembro. Risplendo di luce propria. E rido, mentre nutro di
luce ‘ste 4 di matìna.
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