29 Marzo 2004, ore 10:13
Ero ad Ancona, qualche ora fa. C'è una stazione
ad Ancona. La stazione, hai presente? I binari, i sassi in mezzo, le
sale d'attesa con l'odore proprio della sala d'attesa, il sottopassaggio
con le scritte... proprio nel sottopassaggio ho visto che c'era una
svastica, ed un tentativo di cancellamento, ed accanto trionfava la
scritta: "potete cancellarla, ma non potete mai dimenticarla".
I carni mi si sono aggrizzàte vero, Davide. Minchia: raggiòne
ci aveva. 'U sai?, ho letto una cosa da qualche parte, una cosa che
mi è rimasta in testa. 'Sta cosa diceva accussì, 'sta
cosa: che il mondo è tutto un equilibrio, tutta la realtà,
la fisica, la vita stessa si basa su equilibri: caldo\freddo, luce\buio,
acqua\fuoco... gli opposti che hanno bisogno l'uno dell'altro per essere.
Poi 'sta cosa che ho letto diceva pure che l'equilibrio è anche
nella storia, e che per una certa porzione di male, di violenze, di
efferatezze c'è l'equilibrio della somme dell'età dell'oro
e delle felicità individuali, e che quindi ci sono alcuni esseri
umani che fanno consapevolmente e volontariamente il male per produrre
il bene, un domani o magari ieri. Cioè, detto terra terra, è
tipo come se io ai nazi ci devo dire grazie per l'ultima bella scopata
che ho fatto (ma però bella non era, Davide, era triste, ma questa
è un'altra cosa e... non ora, non ora). Potrebbe essere 'sta
cosa? Sì, potrebbe essere. Forse no. No, non può essere.
Vabbuò, che me ne fotte?, tra 2 ore me ne vado a giocare a pallone.
Piove, fuori
Ah, un'ultima cosa, un'ultima cosa. Lo sai?, ho visto una donna che
camminando si fermava sempre e sempre ad ogni sosta si faceva 'u segno
d'a croce. Era anziana la donna, anzi: era proprio vecchia, assai. Tutta
curva. Mezza sciancàta. Tussuliàva ogni 2 passi. Scialle
nero in spalla. Sacchetti bianchi tra le dite della mano sinistra. Un
bastone nella destra. Ci avrà impiegato mezz'ora per compiere
cinquanta metri. Mi ha innervosito tutta quella lentezza. E' stato necessario
ubriacarmi allora. Erano le 11 del mattino. Era 11 giorni fa, quando
è morto mio fratello Carmine. Ciao davide, ciao
30 Marzo 2004, ore 15:22
Ieri ero uscito da una bastonata alcolica che mi ero tirato… così…
per il non sapere che fare… la voglia di non piangere mio fratello…
il voler non pensare… tutte le cose precedute dal “non”,
insomma… ed era sera ed erano tipo le otto e mezza e la testa
non faceva più male: così sono uscito da casa. Che faccio?
Dove vado? Chi ho voglia di incontrare? Chi no? Troppe le domande che
mi correvano tra le tempie, troppe, un tavolo di ping pong era il mio
cranio, a risposte si sommavano altre domande ed altre risposte partorivano
altre domande. Troppa fatica, troppa. Uno esce per svariàrsi
eccheffà?, deve soccombere al germoglio di ulteriori paranoie?
Domande, domande e domande. Potevo non andarmene a bere allora? Mi decido
dunque per la taverna più vicina a casa. E’ anche abbastanza
sporca, un ottimo inizio per l’inchiùmmo. Ci arrivo, e
ciao di qua, come stai, ho saputo di tuo fratello, mi dispiace, ti sono
vicino, se hai bisogno di qualcosa chiedi pure, e mani che stringono
altre mani e pacche sulle spalle e facce scure impassibili maschere
di necessaria circostanza e sguardi e silenzi, dài
vieni ti offro da bere, vabbuò mi pare la cosa più sensata
di tutte questa. Si parte subito con la serietà. Rum e cola.
A stomaco aperto. Niente ghiaccio. Niente limone. Più rum che
cola. Olé. Il primo scende che è un piacere, il secondo
è un richiamo al fegato, ragazzo: non mollare che abbiamo appena
iniziato, il terzo si finisce che nemmanco te ne rendi conto, il quarto
si inizia a fare sentire. Sono tipo le 9 di sera, ed è già
tutto scuro, e ‘sta mancanza di luce m’accumìncia
a siddriàre, mi innervosisce, mi fa pensare, e ciò non
va bene, per niente va bene. Mi dai un altro rum e cola? Grazie, quanto
devo? Così mi ritrovo non so neanche come a parlare con una,
una studentessa credo, giovane era, tipo di quelle io la vita la voglio
respirare vero e allora ‘sto nei bordi della strada, ventanni,
ventuno massimo. Parlava, tanto parlava. I compagni, diceva, le occupazioni,
il minimo salario garantito, la polizia assassina, Genova io c’ero
e ho visto tutto, la lotta antiimperialista. In una rivista degli anni
’70 mi sentivo! Era un po’ assurdo, ma anche affascinante,
o era il rum che ormai faceva da padrone. Importava? Non credo proprio.
Come hai detto che ti chiami tu? Eh… uh…. Io? Io: Gennaro.
Gennaro vieni come me. Dove?… S’è tutta illuminata
in un sorriso che io l’ho seguita perché non si può
non seguire un sorriso, risplendeva nel volto di lei, irradiava la scurosità
della notte, e un pochino mi scaldava quel sole sorriso, un pochino,
sì, così attraversiamo la piazza, lei raggiante col sole
in bocca, io a piccoli passi con l’andatura zoppa da alcool ed
una contrazione sulle labbra che si poteva in scioltezza scambiare per
un sorriso ma era invece il primo blocco facciale che precede la nausea.
La strada, i vicoli, la casa, il portone alto alto in legno, il cortile
con i motorini parcheggiati, la mancanza dell’ascensore, le scale,
le scale, ancora le scale, un pianerottolo ed altre scale, e ancora
scale, ma quando minchia finiscono ‘ste scale?, è un appartamento
il tuo o una baita di montagna?, scale scale e scale, un niagara di
scale, e le mie cosce dure, il polpaccio addolorato, il fiato spezzato
insultato stuprato, le scale, girare a sinistra poi a destra, altre
scale, un altro pianerottolo, la porta. Finalmente. La porta. Benedetta
tu nei secoli, ianua coeli. La chiave che tràse. La chiave che
gira. La porta che schiocca. La porta che s’apre. 2 corpi che
la accedono. La porta che si chiude. La chiave nella tasca. Stanchissimo
sono. Tutto un dolore. Troppe scale. Troppe. Assassine. Il rum m’abballa
di dentro. Al limite sono. Tremo. La ragazza dal sorriso di luce accende
però un’altra luce, artificiale: nasce da un lampada sopra
un tavolo. Con esperta velocità lei prende un telo rosso e lo
adagia sulla lampada. L’intensità della luce s’attenua,
i contorni iniziano a danzare, si proiettano ombre sulla nudità
della parete e si intuisce lo spazio delle cose. Gennaro, mi sussurra,
mentre mi incontra il petto col palmo della mano destra. Gennaro, sospira,
mentre mi bacia sul collo e m’accarezza i bracci. Gennaro, mentre
mi sfiora di lingua le labbra. Vieni, e m’arpiona, e inizia a
correre, e assume la postura fisica di chi sta indicando la sua propria
stanza. Io osservo la grazia del corpo in movimento, i piedi che si
chiàntano ‘ntìerra, le spalle che si rilassano e
scendono, il braccio che sale e punta un punto, lontano, all’infinito.
Percorro le forme del suo corpo, da dietro, dalla geometria parallela
delle gambe, solco con gli occhi i fianchi e la curva dei seni, scivolo
gli occhi sul braccio che nudo vibra fuori dalla maglietta e rimango
rapito da un bracciale che ha sul polso. E’ d’argento, il
bracciale. Un cerchio. Il braccio è proteso mentre il bracciale
dondola tra dorso della mano ed avambraccio. Mi ricorda una milonga
che ascoltai a Buenos Aires, col mio amico Totò, ed il tango
sudato che ci provai vero a ballare ma miseramente fallii. Le guardo
il bracciale e tutto s’astrae: lei, la casa, Totò, il rum
nelle vene, la prostrazione del mio stanco corpo, il presente dove mi
trovo. Penso alle dissonanza della milonga, alle mie scarpe lucidate
nella balera, all’odore di sigaro, ad una donna di nome Vanda
che danzò con me un asimmetrico tango sbagliato. Aspettami in
camera, Gennaro, è di là. Allora capisco che non è
la strofa di una milonga ciò che udito. Capisco che non è
Vanda che mi vuole regalare la grazie delle sue gambe ballerine. Non
è tabacco l’aroma che mi trionfa in bocca, ma rum chiaro
di taverna. Il bracciale è sospeso ad un polso proteso verso
una indicazione, e lentamente percorro le forme della sua mano, la vena
sul dorso che si apre come il delta di un fiume, la nocca dell’anulare
sgraffiata, l’anello intarsiato di pietruzze colorate sul mignolo,
l’indice che indica una porta aperta, la porta aperta e…
minchia no. No. Ancora scale. Ancora scale. Percepisco lungo tutto il
mio corpo una sudorazione eccessiva, quasi preoccupata. Le scale. Non
so se posso farcela. Non lo so proprio. Ma sì, dai, in fondo
quanto saranno: venti?, trenta?, non sono messo così male, dài,
ce la posso fare, anzi: di sicuro ce la faccio, sicurissimamente che
sono già in cima in un fiat, le ho già fottute tutte le
scale, amunì, andiamo, è una prova alla mia portata, ce
la faccio, ce la faccio. Spero. 4 ne ho fatte di scale. 4. scale di
merda. A volte la realtà riesce ancora a meravigliarmi, nonostante
tutto. Io la porta aperta la varcai, entrai e la chiusi, la porta che
era prima aperta ma poi no. Abbastanza certo ne ero. La chiusi. Sì.
Come è mai possibile che vomitai pure fuori dalla porta? Dappertutto
vomitai. Sulle scale. Sulle pareti. Sulla porta. Fuori dalla porta.
Sulla lampada e pure sul velo rosso. Un bordello! Vomitai su tutto,
tranne che sui miei indumenti. Ero irrealmente lindo. Intatto. Vergine
da vomito. Che strana meraviglia a volte la vita! Non so come sia stato
possibile. Eppure colpii tutto il colpibile. Mah! C’era poi odore
di rum, e macchie, e fumo, e io che chiedevo scusa ed uno straccio,
e lei livida che a denti stretti sibilava non importa ci penso io vattene
via subito, e io che ridevo non so perché mentre le scendevo
le scale buttane e lei che urlava vaffanculo stronzo. Stronzo io? Se
uno stronzo c’è, è chi ha costruito tutte ‘ste
scale, eccheminchia! Qualcosa mi suggerisce che mi sa che non la rivedo
più a… a proposito: come è che si chiamava?
Mi ha detto una volta il mio amico Totò: lo
sai che maggiore è il dolore più grande è la possibilità
del comico? E’ tutto filosofo Totò. Al funerale di mio
fratello me l’ha detto. Rideva. Però è vero: non
è che i funerali sono tutti poi così…. oppure…
è che però a volte… altre no, no, e secondo me non
era questo il caso, anche se…
Non piove, fuori. E’ già qualcosa, no?