5 novembre, ore 16:36
Allora io sono di là che sto cercando di capire
da dove minchia mi sono spuntate tutte ‘ste formiche in cucina,
che seguo la fila e vado in stanza da letto eppoi in corridoio e sposto
il mobbile blu poi torno narré nna stanza ‘i lìetto
poi strisciulìo sutt’u letto poi torno indietro poi sposto
il mobbile marrò –quello dei vestiti buoni- poi firrìo
attorno al tavolo della cucina e mi ritrovo arrière al punto di
partenza. E’ mai possibbile che le formicole vanno in tondo? E’
mai possibbile? Mi stanno pigghiàndo p’u culu! Claro como
el sol. P’u culu! A mmìa! A Gennaro Febbre! Bestemmio come
un turco per cinque minuti buoni. Con tutti me la prendo. Con tutti quanti.
Minchia santiàta. Non risparmio nessuno. Vero potente fu! Alla
fine ero esausto! Puru io mi spaventai. Un poco però. Tanto: no.
Un poco: sì. E le formicole buttane? Tutte scomparse! Tutte! Nemmanco
una formicola nella stanza! Spirìeru tutte… Ma che sta succedendo?
Si spaventarono? Sono cattoliche e fuggirono via? Sono il nuovo anticristo?
Sono il nuovo DDT? Devo indagare su quanto accaduto.
Allora tutto indagatore mi appresto a scrivere un resoconto
sulla bestemmia scaccia formicole. Tutto detective io. Tutto sbirro io.
Quando voglio. Arguzia a palla. Mica da ridere. Metodo, diceva mio zio
Annibale detto Graziello. Metodo, ci vuole. Un po’ fascio ci era.
Ma niente male però. Me zio Graziello. Metodo. Lo ripeteva sempre.
Allora, metodo: cioé scrivere su un foglio e riflettere e segnare
eventuali conclusioni e arrestare il colpevole. Tutto il braccio violento
della legge io. M’assìetto, pìgghio la penna ma m’ammanca
il foglio ùnne riordinare le idee. Minchia, sempre una ce n’è
a intralciare l’onesto passo della legge. Troppa criminalità.
Troppa. Intervenire. Essere duri se necessario ma: con metodo, perdio,
metodo. Dura lex, sed lex. Quindi: trovare un foglio. Urge il fogliame
per la riflessione. Mi alzo. Cerco il foglio ma non lo trovo. Scombino
tutto ma: niente foglio. A soqquadro tutta la casa metto ma ‘u fògghio
‘un ne vuole sapere nìente ‘i nìescere fùora.
Però. Accade un però. Annàgghio un quaderno mai visto
prima, con in copertina i calciatori. Chìstu è il quaderno
del centrocampista. Dietro ci sono le vignette. Insegnano a calciare la
punizione a effetto. Però. Mica male. Chìsta è cultura.
Non tutte le minchiate moderne tipo… tipo… non so. Ma: questa
sì che è toca come cosa. Sì sì. Anche utile,
se ci pensi. Tipo le tabbelline. Utili puru chìdde. A battere una
punizione no, ‘un servono, ma una certa utilità ce l’hanno
le tabbelline. Poi però tutto ‘sto pensare a utile e non
utile rischia di farmi venire un mal di testa caìno che non ci
ho voglia di avercelo, allora gràpo ‘u quaderno pi’
pigghiàrmi un foglio. Lo apro il quaderno, io. E tremo. E’
di mio fratello Carm. Ma com’è che è finito qui?,
io tutto ho conservato, tutto tutto ma proprio tutto, di mio fratello.
Mah. Però lo apro il quaderno, ed è tutto bianco, tutto
vuoto, tutto quanto inutilizzato. Tranne la prima pagina. L’apertura.
E’ scritta, la prima pagina. La scrittura di Carmine. C’è.
È la sua. Sta scritto, di suo pugno:
“Guardo Teresa, sorride. Il suo sguardo è
-per me- la calma di certe notti d’agosto, quando placida è
la vita sulla terra, e gentile il frinire delle cicale a stemperare il
calore, lo senti amore mio?, lo senti?, è il soffio del mare sulle
tue mani stanche, è la vampa della quintana che arriva sul tuo
corpo sudato, è la terza stella che cade da questo nero cielo basso,
ma ora tu: dormi, amore mio, ora dormi, non c’è paura adesso
nel mondo. La guardo Teresa, e guardo anche Sara. Nostra figlia. Sara.
Ha 3 anni. Parla. Dice: la gatta frettolosa ha fatto i gattini ciechi.
Dice: giochiamo a Zorro?, io sono Zorro e tu no. Dice: perché papà
ha la barba?, non mi piace la barba io non la voglio. Guardo Sara. Sorride.
E mentre si apre di luce, sorridendo, io nel taglio dei suoi occhi, nella
sottile e pura arcata delle ciglia, nella carnosità delle labbra
rileggo il viso della donna che amo: Teresa. Lo leggo nei lineamenti del
viso e nelle movenze delle mani e nella caviglia snella e veloce. Rileggo
in mia figlia, come in filigrana, le linee d’esistenza di mia moglie.
E comprendo come tanta bellezza di Sara sia tanto di più, tanto
più grande, che Sara è più di me e più di
Teresa, è noi due insieme ma è anche di più, e la
vedo a mia figlia, e la amo, perché ha le stimmate di sua madre
iscritte addosso, ma molto più belle. La bellezza. Non so come
definirla. Non lo so davvero. Ma per me è questo: vedere Teresa,
l’amore della mia vita, e in braccio a lei: Sara, nostra figlia,
che le somiglia così tanto, Sara e Teresa una accanto all’altra,
come un canto e un controcanto, continua melodia per i miei occhi feriti,
ma Sara, è più bella Sara, è più bella di
Teresa ed è più bella di me e non so come ma è più
bella, come se avesse suonato e modificato di poco –il giusto- la
melodia che era Teresa, l’unica modifica possibile: una variazione
nell’intensità del colore, un arpeggio più prolungato,
una linea che vibra un po’ di più, e la amo Sara, ma la amo
tanto di più che a volte penso di essere, ma per davvero, felice.
E corro dalle mie due donne, e le abbraccio, come l’albero che si
erge sulle macerie e dona ombra al pellegrino assetato”
Gesù. Sara e Teresa. Cristodiddio. A volte, in
una giornata, i pensieri che ti entrano come chiodi e ti rigirano nella
testa e ti fanno male, a volte tu non li pensi più a ‘sti
pensieri, non li pensi e basta, accussì, per miracolo. ‘Sti
pensieri che mi crocifiggono alla vita sono: Carm ed il suo mondo, quindi:
Teresa e sua figlia mia nipote Sara. A volte mi capita che non ci penso.
Accussì. Non ci penso. Per qualche stranezza che mi incrocia e
mi distrae da ‘sto lago di dolore. Le formicole, per esempio. Loro
crearono ‘sto miracolo. Loro furono. Le formicole. Non mi ci fecero
pensare. Non c’era più il dolore mentre ne cercavo la tana.
Le formicole. Allora. Allora non è che posso ucciderle accussì.
Non è giusto. Un po’ di bene me l’hanno fatto, le formicole.
Carm, mi martoria il dolore da dentro adesso che io penso a te, e a Sara,
e a Teresita. Tre giorni fa sono stato a trovare Sara e Teresa. Era caldo,
e non pioveva, però le foglie si staccavano dai platani e volteggiavano
come quando ero bambino. Mi è sempre piaciuta la danza delle foglie
che poi si schiantano a terra. L’ho sempre trovata un atto di forza
contro l’ineluttabilità della caduta. Un ultimo momento di
struggenza, prima del crollo finale. La danza delle foglie. Gesù,
che schifo la vita. In un momento di carità estrema decido allora
di sterminare tutte le formiche, tutte quante, sterminare anzi tutti gli
insetti che ci ho a casa. Accussì. Sterminarli tutti. Tutti quanti.
Per non farli soffrire. Non farli soffrire mai più. Inizio a cercarli.
Gli insettacci. Li cerco. Sposto mobili, alzo tavoli, apro cassetti. Niente.
Nulla. Nada. Zero. Insetti spariti. Tutti. Puru ‘i formicole. Andate
via. Scomparse. Evaporizzate. Vabbè. Pesante, la mia santiàta
fu pesante. Pesantissima anzi. Le cose giuste. Però. Mica si fa
accussì. O no. Forse sì. Boh. Comunque. Per un attimo comprendo:
non è stata forse la santiàta in sé, quanto l’esatta
fila di santiàte, una appresso all’altra, che hanno fatto
sì che le formiche svanissero via. M’assètto a tavola.
Ci passo tutta la notte a cercare di trascrivere quindi l’esatta
sequela di santiàte, con una dedizione che soltanto le anziane
in ginocchio in chiesa a novembre sgranando il rosario in latino. Tutta
la notte trascrivo bestemmie. Tutti gli incastri possibbili. Tutta la
notte ci provo. Non ci riesco. Metto il tappo alla penna che il sole è
già alto in cielo, io devo andare a lavorare, Dominiddio se la
ride della bella e talé!, sono spuntate giusto giusto ora che devo
uscire un fottìo di formicole. Ma da dove? E quante sono? Almeno
mille. Formicole bastarde. Fanculo. E’ la vostra vita. Facìte
sùocco minchia vulìte. Amen
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