13 ottobre 2004, ore 17:57
perché tu, tu pensi come chiuso dentro un confine
-mi diceva sempre me frate Carm-, ma un muro è solo un muro, la
prigione è dentro la tua testa, non vedi come io sono libero? Poi
continuava a fischiare, serrate le labbra, standard jazz tipo my funny
valentine. Minchia se friscàva bello me frate Carm.
Questo lo ha scritto lui: "è perché
siamo abituati a pensare al lutto come l'oscurità che si spalanca
e ci inghiotte, la morte il vuoto nero che tutto assorbe. Pensiamo alla
morte come ad un momento di infelicità. Non è così.
No no. La morte è semplicemente un altro momento del nostro percorso,
l'ultimo del transito terrestre, certo, ma la morte è anche e soprattutto
una porzione di spazio (l'ultima) nel segmento di vita che noi disegnamo,
non è l'interezza di esso. Se tu sei retto, se il tuo segmento
è retto, lo è per ogni istante che il segmento stesso si
dispiega, punto per punto. Non esiste una cifra finale senza uno sviluppo
che ad essa tenda. Una linea ha senso, e vita, nella sua origine, nel
suo continuare nello spazio, nel suo cessare. Ma un punto è un
punto. Così la morte come il primo bacio. Entrambi sono dei punti.
Non altro. Dei punti. Potresti mai tu dire che il tuo punto di morte ha
una maggiore importanza rispetto al punto in cui hai baciato il tuo amore
per la prima volta, perdutamente? Ogni punto ha la sua importanza, la
sua urgenza, la sua necessità. Ogni singolo punto. E poi: Pensa
cosa è credere alla morte come ad un abbraccio, il momento in cui
cessa di battere il cuore come ad una corsa, lunga e continua, in un giallo
campo di grano, le spighe tra le dita e l'odore di terra. Questa è
la mia idea di morte: un campo di grano arso dal sole, io che corro, il
mio amore che mi abbraccia, io e lei che facciamo l'amore piano e in silenzio,
soltanto il cielo per confine"
Poi Carm ha scritto altre cose sulla morte, una morte
di cui lui ma per davvero non ci aveva mica paura, eh no, paura della
morte: zero me frate Carm, zero paura, ma ancora mi fà male leggerle
'ste cose che ìddu scrivìu, mi fa male ma male vero. Poi,
se ci ho la forza poi, te le trascrivo. Giuro. Poi però. Ora no.
Poi: sì. Ora: no. Ciao adesso. Ciao
19 ottobre 2004, ore 16:41
Non c’è salvezza. Chìstu è.
Niente da fare. Accussì va. Tutto olocausto. La frana già
accuminciò. Paratevi ‘u bucu d’u culu, picciòtti.
Pessimismo il mio? Minchiate. Tutto ottimista sono. Io: tutto positivo.
Tutto luce è il futuro. Sì sì. Già. Accussì
è. Illuminazione! Progresso! Sfavillìo! Sì. Tutto
riluccicherà. Qua lo dico e lo riaffermo. Luce e sole! Solo che
‘sta luce del futuro illuminerà la merda che è la
realtà. Mica si può avere tutto… E’ un po’
di tempo che non ammazzo un cane. Non ammazzare però un cane con
la macchina che tipo io guido e più o meno volontariamente lo investo
e lui manco fa in tempo ad assorbire il colpo che vola via e io smadonno
ma non c’è niente più niente da fare perché
sei morto, cane che non sei altro. No, non intendo ammazzare un cane accussì,
che poi quando mi succedeva di mettere sotto un cane con la macchina non
è che però mi facevo rodere dai sensi di colpa, non è
che non ci dormivo la notte, cioè se non sai attraversare la strada
tu che hai il cosiddetto sesto senso ti meriti anche un pochettino di
finire arrotato, no?, io che guido che minchia ne so che tu cane dotato
di sesto senso mi esci fuori all’improvviso dall’irto cespuglio
di rovi e ti stracatafotti saltellante sotto la mia macchina, tu muori
la mia macchina si sminchia ma puru io rischio di andare fuori strada
o di sbattare contro un palo per evitarti, però alla fine non l’ho
mai evitato il cane per dire la verità e l’ho sempre investito
in pieno. E’ morto sempre il cane. Sempre li ho investi io. Segni
di frenata: zero. Che poi, scritto accussì, pare che ho fatto stragi
di cani… ne ho investito uno, uno soltanto, agosto ’97, una
notte senza luna. Ricordo ancora l’urlo disperato delle cicale,
e il guaito del cagnolino figlio. Mi fece male sentire un cucciolo piangere
accussì la madre morta, perché era una cagna quella investita.
Morta sul colpo. Sangue sul paraurti. Sangue sull’asfalto. Cassa
toracica sfondata. E il cucciolo, suo figlio, piangeva. Male mi fece.
Vero. Piangeva che sembrava un bambino. Mi straziava il cuore. Orfano
di madre. Piangeva. Fermo, laddove era, rimase. Come avrebbe fatto, povero
cucciolo, a sopravvivere in questa realtà senza salvazione? Come?
Povero cucciolo. A tutt’oggi ritengo essere stato il mio grande
gesto di pietà: lo soffocai.
Comunque adesso pensavo che è un po’ di tempo che non ammazzo
un cane. Tutto qua. L’ultimo che ho ucciso te l’ho detto.
Il primo no. Il primo fu il cane Filippo. Era il cane di Carmine. Lo uccisi
senza colpa. Tirai un legno e lui si lanciò a prenderlo. Eravamo
al quinto piano, ospiti dello zio Ubaldo detto Lello. Io ci faccio: Filippo,
prendi!, e tiro ‘sto pezzettino di legno, e lui che fa?, corre per
prenderlo. Solo che io tiro forte e il pezzettino di legno vola in mezzo
alla strada, e lui che fa?.
Il cane Filippo corre e salta fuori dal balcone. Un disastro! Il cane
Filippo atterrò sopra un furgoncino bianco parcheggiato cinque
piani sotto. Trasportava vetro per bomboniere. Tutto rotto. Ancora oggi
sono convinto che non sia morto per il volo o per l’impatto, ma
per i tagli del vetro dei bicchieri.
Il cane Filippo. Mi dispiacque. Era ‘u cane di me frate Carmine.
Carmine non si incazzò. Mi accarezzò la testa. Sorrise.
Mi disse: Gennaro, tranquillo, non è colpa tua, è Filippo
che non sapeva volare. Un bel modo di
vedere il tutto. Carmine. Mio fratello. Mi manca. Penso che se uccidessi
un cane mi mancherebbe di meno, ma non ne sono accussì convinto.
Vediamo come butta stanotte. Per sì e per no, io stanotte esco.
In macchina.
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