10 settembre, ore 21:39
“La tua nuda schiena davanti a me, mentre filtra
una striscia chiara dalla persiana, mentre percorro con il mio indice
le regioni ancora oscure della tua pelle, mentre suonano le prime luci
di un mattino sottile, mentre tu dormi, mentre il dolore è davvero
così lontano, non esiste adesso nessun perché a farmi male”.
Accussì scriveva me frate Carm. Accussì. Adesso capisci?
Capisci? Quando l’ho trovato che già non era più,
disteso a terra, puoi davvero capire, o lontanamente intuire, che cosa,
chi ho perduto per sempre?
14 settembre, ore 17:39
Ancora frasi non mie. Tutto citazionista sto diventando.
Ma tant’è. Per ora è accussì. O ti va o te
ne stai. Chìsta è ‘a frase: “Tu non sei cosa
mangi, tu sei cosa cachi”. Questa me l’ha detta il mio amico
Totò. E’ tutto filosofo il mio amico Totò. Una volta
ci passò rinnànzi una femmina brutta, ma accussì
brutta che ìddu mi disse: “E’ accussì brutta
ca ‘un ce la ficcàssi nemmanco con la tua minchia!”.
Totò. Il mio amico Totò. Un filosofo vero. Sempre me lo
ascolto io. Nessuna parola mi perdo. Nessuna. Mai. Allora ìddu
mi dice ‘sta cosa del mangiare e del cacare e io ci dico ma che
dici, me lo spieghi che non l’ho capito vero?, e Totò mi
spiega la cosa. La sua argomentazione principia con la tesi che, in pratica,
l’essere umano accetta meglio l’assimilazione rispetto all’espulsione.
L’espulsione è tipo uno sputo, uno schiaffo, una pisciata.
Qualcosa che fuoriesce, ci prolunga per un breve intervallo di tempo ma
poi ce ne distacchiamo per sempre, in secula secolurum. Ma allora quando
fai l’amore e ti inserisci in una donna, non è una parte
di espulsione che penetra però?, ci faccio io tutto arguto. No.
Non è accussì. Manco pi’ nìente, mi risponde
Totò. L’atto sessuale, se inteso come “fare l’amore”
e non come “scopare per svuotarsi i coglioni”, l’atto
sessuale entra a tutto diritto nella sfera del dono, dell’offerta
di sé tramite simbolo, della oblazione. Come lo scambio tenero
di saliva nel bacio, lingue avide di incontrarsi e saggiarsi. O nella
carezza gentile, sfiorare per stabilire un contatto che si spera diventi
empatia. L’assimilazione del cibo è invece un gesto dovuto
alla sopravvivenza. Tu puoi scegliere sùocco mangiare, e addivertirti
nna cucina ma poi paghi il tributo dell’assimilazione con l’espulsione
anale. Ed è lì, nella fase terminale della necessità
(il dover mangiare asennò muori) che il processo trova compimento:
nella primigenia creazione di ogni essere umano: il rifiuto corporale,
liquido e solido. Codesta filosofata termina il proprio assunto con la
cacata perché principia con il cibo, ma potrebbe tranquillamente
essere: “Tu non sei cosa bevi, tu sei cosa pisci”. Non cambierebbe
di una virgola. Tutto preciso rimarrebbe l’assetto teorico. Tutto
identico. Cambiano i termini, non la questione. Accussì è.
Pura evidenza. Inutile negare. Non si può. Totò. Sempre
ragione ha. Poi continua e mi espica come è proprio nell’escremento,
che il nùtrico, ‘u piccirìddu appena nato, ritrova
la sua possibilità di creare: musica, storie, racconti, disegni.
Ci hai mai fatto caso, Gennaro, di quanti piccirìddi nìchi
nìchi vogliono conservare i propri escremeti per mostrarli ai genitori?
Poi ‘sta fase passa, e non a caso: picchì ‘u piccirìddu
accumìncia a giocare, quindi: accumìncia a creare storie,
mondi, situazioni. Non ha più bisogno quindi di osservare ciò
che, d’ora in avanti e sempre più considererà soltanto
come merda. Ha adesso nuove creazioni da seguire e sorreggere. Ma è
proprio nella merda che si caca l’elemento di distinguo dell’esistenza
di ognuno. Hai mai notato che quando uno sta bene caca che è una
meraviglia? Oppure: ci hai mai fatto caso a come ogni latitudine del mondo
possiede una sua propria cultura legata alla cucina, e come tutto ciò
si rapporti strettamente allo stile di vita? Ma fermarsi alla raccolta
o alla preparazione o alla assimilazione del cibo, mi dice Totò,
è semplice, ma non si và a fondo. Sempre a fondo bisogna
andare invece. Scoprire il punto di dolore. Intervenire. Fare male se
necessari, ma: curare. Allora, andando in profondità, il mangiare
ha una sua appendice: l’espulsione del rifiuto dal corpo. Un po’
come l’immagine finale di un film. Ne è la cifra stilistica.
Pi’ chìsto tu sei ciò che cachi, non ciò che
mangi. L’atto finale comprende in sé quello iniziale, non
viceversa. Senza parole rimasi. Totò. Una più di satanasso
ne sa. Tutto filosofo è. Una filosofia un po’ di merda, ma
pur sempre solida. Mi sa che alla prossima cacata l’occhio mi cadrà
sul pozzo di ceramica chiamato cesso. Farlo: lo farò. Non mi posso
mai più tirare indietro. Un atto duvuto, tutto sommato.
17 settembre, ore 15:49
Ieri. Un delirio. L’assurdo fatto realtà. Ieri. Tutto a me
capita. Ma perché? Tutto a me. Senza scampo io. A volte penso che
l’esistenza sia tutta un complotto. Alle mie spalle. Non so. Forse
è accussì. Sì. Sì. Accussì è.
Forse no. Ma forse sì però. Importa? Non lo so. Quindi:
non è che cambia tanto, poi. Ma comunque. Allora ti racconto. Ieri.
Una festa. No. Non proprio una festa. Una cena. Ma una cena tipo di quelle
dei ricchi. Minchia pìccioli. Ce ne erano di più ddùoco
dìntra che in mezza Italia. Sicuro. Chiaro come il sole. Un sacco
di pìccioli. Un fottìo. Li avevo mai visti tanti pìccioli
assieme, io? Li avevo mai visti? No. Mai. In tutta la mia vita. Giuro.
Vero. Comunque era una cena. Una cena. Ma di quelle che sono accussì
sfarzose che sembrano feste. Una cena-festa, insomma. E io: c’ero.
Ero lì. Io. Gennaro Febbre. Io. Là. E già è
assurda la mia presenza in ‘sto contesto, no? Come ci scappottài?
Incredibbile puru chìsto. Ora ti cùnto. Tutto vero è.
Tutto. Credimi. Di me: ti puoi fidare. Nessuna menzogna io. Questo: mai.
Accussì andò. Era pomeriggio, uno di quei pomeriggi in cui
impera l’inedia, il cielo ti dice: ora ti piscio di sopra accussì
tanta acqua che t’affogo, il rumore del traffico ti spirtusìa
l’arìcchie, i tabacchi tutti chiusi per lutto, tu che non
hai niente da fare e nessun cinema in zona, i semafori tutti rossi, un
pomeriggio accussì: normale, insomma. Parcheggio il pandizio e
cammino allora, meglio sparagnàre benzina. Cammino. Passo da un
incrocio dove passo praticamente sempre. Io di là: ogni giorno
ci passo. Perché ‘un ‘u sàccio, ma ci passo.
Io cammino e l’occhio mi vaga, un po’ ccà e un po’
ddà. Percorre curve di femmine che zigzagano, cani che si strìcano
nella gràscia ma ridono con gli occhi, bastoni zoppi di vecchi
pensionati. Poi salgono gli occhi miei. Salgono. Allora la vidi. Non ci
credetti. Abbassai gli occhi e ripetei il percorso con gli occhi, uguale
uguale. Lo stesso percorso. C’era. Era ddà. Impossibbile
negarlo. C’era. Una statua scolpita nell’angolo. Una statua.
Una nike alata, dea della vittoria. Ben fatta, davvero. Niente da dire.
Proprio bella. Un bel paio di mìnne ci aveva. Se tanto mi da tanto,
pensai, pure un gran culo doveva averci. No la statua: la modella. Ma
come era possibbile però? Come? Io di là sempre ci passo.
Sempre. E mai l’avevo vista. Mai. Eppure è grande. Tipo:
2 metri. Pure erotica è. Bellisimi seni. Davvero. Ma come è
mai possibbile. Ddà mi fermai. Tutto il mondo mi camminava attorno.
Io: fermo. Chiantàto ddà. Non mi muovevo. Tutto attorno
a me ruotava. Il centro del sistema solare sembravo. Forse lo ero. Forse
no. Importa? Non credo proprio. Io e la statua. Ci studiavamo. Ci scrutavamo.
Muti. Diffidenza? Tanta ce ne era. Da parte mia sicuro. Puru da parte
di ìdda. ‘A statua ‘un si muoveva, allora ‘un
mi muovo puru io. Questione di principio. Capire dovevo. Ma come è
possibbile? Come? C’è sempre stata? Mai vista prima. Sempre
ci passo da qui. Ogni giorno. Sicuro come le tasse. C’era. Era là.
Presente al mondo come il male è presente. C’è. È
ddùoco. E io che me la talìo. Chìsta la scena. E
ccà accumìncia l’assurdo puro. La spalla mi toccano.
La mia spalla destra. 2 tocchi gentili ma fermi. La spalla. La mia. Girarmi
oppure no? Chìsta è la questione. Mica facile disbrigarla.
Sì. Ti volevo vedere a te. Se poi la statua se ne andava? Qua pensai
un’altra cosa, per la verità. Sto impazzendo?, mi domandai.
Un brivido mi percorse tutta la schiena. La risposta? Non ci fu tempo
di rispondere. Una voce invase il campo della mia vita. Una voce. La sua
voce. Quello del tocco alla mia schiena. Entrò dentro il mio cerchio.
Io interagii con lui. L’assurdo iniziò a fiorire, come un
campo di girasoli in marzo. Si presentò la voce. Come uno squarcio
su una tela, disse di sé nome, cognome e professione. Disse: mi
chiamo Duccio Pistilli e sono un barbiere nazista esperto in cocktail
mitteleuropei. Calma. Respira Gennaro. Respira. Analizza i dati. Nome:
Duccio. Fin qui, tutto bene. Cognome: Pistilli. Nulla di strano, davvero.
Occhèi. Và avanti. Fosforo, fosforo. Attività mnemonica.
Su Gennaro, su. Ricorda. Professione: barbiere nazista esperto in cocktail
mitteleuropei. ? . ? . ? . Qualcosa mi sfuggì. Il fiato mi mancò.
Il sangue mi s’agghiacciò. Per una frazione di secondo, pure
la statua parve rabbrividire. I neuroni. A loro affìdati. Ai neuroni.
Torna da loro. Tornaci. Pensa. Rifletti. E respira, minchione, respira,
asennò muori vero. Barbiere nazista esperto in cocktail mitteleuropei.
Volli dire qualcosa, ma non uscì nota dalle mie labbra aperte.
Dovevo parlare. Fare domande. Prendere tempo. Oppure scappare. Sì.
Scappare via. Lontano. Altrove. Dappertutto ma non qui, adesso, ora, accanto
a ìddu. Feci una di queste sagge cose? No. Nulla feci. Fermo ddùoco
rimasi. Bocca aperta. Tutta la violenza della vita poteva penetrarmi oralmente.
Impotente ero. Impotente rimasi. Parlò ìddu. Il nazibarbiere.
L’esperto in cocktail. Mitteleuropei, dimenticavo. Bisogna sempre
esser precisi nella vita. Gusto e rispetto per il dettaglio. Chìsto:
me frate Carmine me lo diceva sempre. Il dettaglio, Gennaro. Il dettaglio.
E’ in esso la matrice della poesia, la struggenza della lirica:
nell’esattezza del dettaglio, semplice ma urgente. Il dettaglio.
Carm, fratello mio, perché lo hai fatto? Perché m’hai
lasciato solo come un cane? Tu lo sapevi quanto bisogno io di te. Lo sapevi.
Perché? Guarda in che bordello m trovo adesso. Mi sta parlando
un nazibarbiere etc etc… Paura, io avevo paura. Non so cosa, era
più una sensazione indefinita, ma non è proprio questo l’orrore?…
parlò Duccio Pistilli. Parlò, lo ascoltai. Iniziò
tutto accussì. Benvenuto nel surreale puro Gennaro. Duccio Pistilli
mi disse: bella la statua. Duccio Pistilli mi disse: passo sempre di qua
per vederla. Duccio Pistilli mi disse: è del 1767, la modella è
una mia antenata, Laura Pistilli il suo nome. Fu soltanto allora che il
mio corpicino di marmo prese un attimo di vita. Duccio Pistilli. Barbiere
nazista esperto in cocktail mitteleuropei. Lo scrutai. Cercai una somiglianza
con la statua. Non la trovai. In fondo, quando me la taliàvo, mi
soffermai soltanto sulle mìnne della nike alata. Non sul volto.
Sui seni. Belli, erano proprio belli. Puru la modella doveva essere bella.
Assai. Sua antenata. Laura Pistilli. Poteva essere però. Ma anche
no. Decidere che fare. In questi casi: seguire l’intuito. Sempre.
Fidarsi di esso. E’ l’unica salvezza possibbile. E il mio
intuito mi urlava: scappa Gennaro, scappa. Mi gridava: vai via, parti,
imbarcati, prendi un aereo ma vai via. Lo feci? Seguii la bontà
di quel consiglio? No. Rimasi. Fermo ddùoco. Io e Duccio Pistilli.
Mi incuriosiva però. Non è da tutti presentarsi come nazi.
Che mi può succedere in fondo? Me ne stetti là. In piedi
sul marciapiede. Davanti alla statua. Non mi mossi. Non scappai. Non sono
un coniglio io. Intuito, intuito mio, sàppilo bene: Gennaro Febbre
non è un coniglio. Non sono cacasotto io. Allora rimango. Tutto
scavezzacollo io. Tutto pazzo. Regole zero. Rimasi. Duccio Pistilli allora
mi fa: è una meraviglia, non concorda? Sì sì, ci
dissi io, una meraviglia, pensi: passo anch’io sempre di qua proprio
per rimirarla. Mi fa piacere, riprese ìddu, posso invitarla a gustare
con me un caffè? Calma. Situazione critica. Rifletti. Può
essere un paranoico. Un mitomane. Un folle. Dicci di no. Dicci di no.
Dicci di no. Sì, risposi. Sì. Con vero piacere, aggiunsi.
A volte mi sorprendo da solo. Il danno oramai è fatto. Che ne sapevo
io che stavo per entrare come Alice nel paese delle assurdità?
Potevo saperlo? No. Fu accussì che ci dissi sì. In fondo,
sono uno ingenuo. Entriamo nel caffè. Lo ordiniamo. Ci sediamo?,
dice l’esperto di cocktail mitteleuropei. No, sorrido io, ‘u
cafè mi piace amaro e all’inpiedi. Accussì io me lo
gusto in piedi, lui invece si siede e ci cafùdda dìntra
a ‘u café 3 cucchiaini di zucchero. Io in piedi e ìddu
assittàto. Io amaro e ìddu cu ‘u zucchero. C’ero
rimasto male? No. Iddu pagò. Che me ne fotte. Si parla allora di
scultura, e io annuisco con brevi ma sferzanti frasi che mi fanno apparire
competente. Poi si discute di trigonometria e io annuisco ma in silenzio
ma mi fingo esperto puru in ‘sto campo. Poi si inizia a discutere
di cocktail e minchia, io abbastanza ferrato sono in materia: rum e cola
lo so fare benissimo, che poi è un long drink ma che importa. Ah,
vero, la butto là distrattamente, tu sei esperto in cocktail mitteleuropei.
Non solo, si impettisce ìddu, non solo: anche in storia del nazismo.
E ti pareva. Ccà si doveva arrivare. Accussì il nazibarbiere
parte, e tutto priàto mi cunta che quando taglia i capelli fa delle
piccole svastiche nelle sfumature, appena appena percettibili, del tipo
che se sai che ci sono e le cerchi le vedi, asennò no, maperò
anche se non lo sai ti rimangono nell’occhio lo stesso, già
le hai incamerate, il cervello trasmette l’informazione e tu hai
visto la svastica, e se la vedi nella testa di un piccirìddu colleghi
l’immagine della svastica a quella del nutrìco e la svastica
ti pare pure carina, tra le 2 immagini trionfa la grande, il piccirìddo,
e la svastica ti entra dentro come informazione registrata ma venata di
positività, per così dire. Teoria interessante, devo ammettere.
Pazzo, era tutto pazzo Duccio. Però la teoria non è niente
male. Interessante è. Ma quante ne hai fatte, Duccio? A migliaia,
mi risponde, sono 30 anni che faccio il barbiere. A migliaia. E ride il
barbere. Ride. Gli occhi ci diventano sottili. Piccole rughe sulla fronte.
Ride. Mi spiega che è la sua vocazione. Riabilitare il nazismo.
Accostando la svastica alla gentilezza di una sfumatura di una femmina
elegante, o alla sbruffoneria spavalda di un piccirìdo di sette
anni. La svastica sposata alla bellezza o alla fanciullezza. Teoria interessante.
Niente da obiettare. Folle. Ma interessante. Davvero. Ma siete in tanti?
Sì, in tantissimi. Non tutti nazisti, anzi: solo io sono nazi puro.
Poi c’è quello che è compagno, poi c’è
l’amante delle celtiche, l’indipendentista basco, il cattolico
oltranzista. Un mondo sommerso che però esiste. Ride Duccio. Ride.
Non so se chiamare gli sbirri, picchiarlo o vedere come và a parare.
Tra le tre ipotesi, scelgo naturalmente la peggiore. La terza. E allora
vediamo ùnne minchia mi porta ‘sto incontro ccà con
il discendente della statua. Rideva Duccio, rideva. Poi di colpo si fermò.
Non ride più. Via le rughe. Via la sottigliezza dagli occhi. Non
ride più. Ma parla. E dice: guardi, guardi: anche lei ha un simbolo
piccino piccino in testa. Io? Io? Ùnne? Ùnne? Me lo indicò.
Lo vidi. Sulla tempia. La mia tempia sinistra. Il simbolo. Non ci volevo
credere. Non ci potevo credere. Piccolissimo era. Puru io ero però
marchiato mio malgrado. Puru io. Inconsapevole portatore di simbolo. Per
un attimo mi astrassi, e il tutto: io marchiato, io inconsapevole, io
portatore ignaro di simbolo, il tutto mi sembrò la cifra del nostro
tempo. Poi però tornai presente a me stesso e mi collocai rinnànzi
allo specchio del bar. Il simbolo. C’era. Era là. Visto.
Innegabbile. Barbiere figlio di buttana. Arruso. Bastardo. So chi sei.
Ti devasto la vetrina, ti devasto. So chi sei. Non la passi liscia. Non
con me. Non con Gennaro Febbre. Stronzo di merda. La tua condanna ti sei
scritto. Un sasso di 35 chili ti tiro contro la vetrina. È finita.
Distrutta. Chiama già il vetraio, chiama. Sucaminchia. Il simbolo.
Puru io ce lo avevo. Nna tìesta. Il simbolo. Assurdo. Sai cosa
ci avevo in testa, piccolo piccolo? ‘U sai? Il cammello delle sicarìette
camel. Nna me tìesta. Pazzesco. Io fumo dianabblu morbide, io.
Le camel in testa. Una bestemmia. Quasi. Fuori di me ero. Il cammello.
Di rabbia schiumavo. Tremavo. Tutto volevo spaccare. Tutto. Se mi passa
uno davanti lo picchio. Lo picchio. Sicuro. Chìsta certezza avevo.
Picchiare a sangue il primo malcapitato. Lasciarlo in terra. Esanime.
Privo di sensi. Quasi morto. E qualcuno mi passò davanti. Era Duccio
Pistilli. Il primo che capita. In un lago di sangue lo lascio. Claro como
el sol. Lo scafàzzo. Duccio Pistilli. Lo picchiai? No. Non lo picchiai.
Mi trattenni. Strinsi i pugni ma: mi trattenni. Serrai i denti ma non
l’azzannai. Sangue nelle gengive. Le mie. Ma: in fondo fu per ìddu
che scoprii l’infamia sul mio cranio. Le camel. Schifo mi fanno
le camel. Mai comprate. Scroccate sì, ma che c’entra? Scroccate,
pure le MS uno si svampa quando c’è necessità. Che
infamia. Tu, Duccio Pistilli. Tu, barbiere nazista. Il simbolo nna me
tìesta. Scoperto però. Trovato. Merito suo fu, in fondo.
Lo scoprii. ‘U cammello. Nna me tìesta. Bastardo. La tua
vetrina. Tempo al tempo. Come la notte scopre il suo fiore più
selvaggio, scuri i petali, accussì io scenderò sulla tua
vetrina: silenzioso, implacabile, inevitabile. Saggerai la mia vendetta.
Tremerai per ogni istante del tuo misero ed inutile esistere. Pagherai.
Pagherai tutto. E caro. Infame. La vetrina nuova ti faccio. Ira e odio
mi divoravano. Nìente che mi poteva pàcere. Nìente.
Dio che rabbia! Poi Duccio Pistilli, parlò: si calmi, si calmi,
anzi, lo sa che facciamo?, venga con me ad una cena, adesso: preparerò
dei gustosi cocktail mitteleuropei. Accussì disse. Non so perché,
non so percome, nonostante la ràggia mi scorticava vivo, io lo
udìi. Sì, ero davvero arraggiàto. Sì, volevo
spaccare tutta la bottega di quello schifo della terra del barbiere cammello.
Sì, volevo una pioggia di cristalli che poi atterrano dispari e
tentennano tutti, come campanelli. Lo volevo. Oh, sì, lo volevo.
Ma però. Verso di ìddu mi girai. Il suo viso fissai. Vabbuò,
ci risposi, andiamo. Vengo. La verità? E’ che in un attimo
un pensiero mi trafisse la testa, come il chiodo nella mano del Cristo.
Una pensata mica stupida e da non scartare. Io non avevo mai bevuto un
cocktail mitteleuropeo. Mai. Almeno credo. Un cocktail mitteleuropeo.
Ma che minchia è poi un cocktail mitteleuropeo. Tu lo sai? Io no.
Di sì ci dissi allora. Vengo. Amunì. Qualcosa di nuovo da
scoprire. Tirarsi indietro: io, mai. Che non si dica. Magari è
puru buono. Tutto con l’acquolina in bocca, ci domando ùnne
è ‘sta cena, di poi però mi sovvengono paranoie legittime
tipo che io ‘un conosco a nùddo che poi mi troverei puru
a disagio e cose accussì insomma. Ma no, ma no, sono amici, ride
ìddu, amici, è una cena informale, lei sarà ospite
graditissimo, si fìdi. Punto primo: vuoi vedere che mi imbuco in
una cena nazi? L’idea comunque mi sfiorò, non attecchì
timore, svolazzò via. Sì vengo. Andiamo? Andiamo. Partiamo.
Ci incamminiamo. Attraversiamo. Sostiamo. Riprendiamo il percorso. Ma
è vicino? Sì, cinque minutini ancora. Arriviamo. Citofoniamo.
Pulsantiamo l’ascensore. Ascendiamo. Ultimo piano. Attico. Scampanelliamo.
Trasiàmo. E ccà c’è il dunque. L’assurdo.
Il punto secondo: cena informale. Informale ‘à minchia! I
màsculi erano tutti in frac! Tutti! I fìmmine tutte col
vestito lungo, con trasparenze impure che davvero dolce era il pensiero
peccaminoso. E oro e gioielli e profumi. E quadri e statue e arazzi. E
aragoste e ostriche e vino rosso Avignonese riserva 11 anni. Gesù,
ùnne càbbaso mi trovo? Alle sette di sera!?! Ma ciaaaao
Duccio, lui è con te?, come ti chiami cavo?… Gennavo?, ma
che bel nome così… così… vivile… da mavinaio…
Gennavo… è un piaceve gvande gvande avevti cvi nella nostva
umile dimova. Umile dimora. Umile un cazzo. Più pìccioli
ccà dìntra ca in tutte le banche del meridione. Più
pìccioli sopra la padrona di casa che in tutte le mie generazioni
passate e future. Umile dimora. Sì. Come no. Io? Già deciso
io. M’arrùbbo tutto il rubbabbile di ccà dintra. Tutto.
Cortelli forchette cucchiai cucchiaini e puru i bicchieri m’arrubbo
io. E i posaceneri, che sono d’avorio. Umile dimora. E tutti ca
parlano con ‘sta minchia di erre moscia. Duccio Pistilli spirìsce.
I cocktail mitteleuropei andò a consàre. Io mi trovo avvolto
da uno sciame di gioielli e seta indossato da corpi longilinei di femmine
curiose. I màsculi giocano a biliardo. Non mi danno conto. I fìmmine
invece vengono nni mìa. Tutte quante. Osservo le loro caviglie,
snelle e slanciate. Le mani affusolate e dalle movenze studiate. I colli,
alti e sottili, come le guglie di una cattedrale gotica. Osservo il vermiglio
delle labbra, e l’esattezza dell’arcata delle ciglia. Le precise
linee dei nasi. Principi di rossore nelle guance. La purezza dei denti
durante languidi sorrisi. L’avidità dello sguardo. Allora
compresi. Tutto compresi. Davvero. E capii. In quel preciso momento capii.
Sotto mira ero. Mi studiavano. I loro occhi su di me. Capii. Sì.
E ricordai. Ero piccolo io. Quanti anni potevo avere? Quattro, cinque,
non ricordo. Ma c’era mio padre. E c’era Carm, mio fratello
Carm. Era mattina. Non pioveva. Non soffiava vento. Non c’era dolore
nel mondo allora. Eravamo in una villa. Villa Giulia. C’era un leone.
Dentro una gabbia. Là. Nella villa. Ciccio si chiamava. Il leone
Ciccio. Tutti ci andavamo a guardarlo. La gioia dei bambini. Mio padre
mi tiene per mano. Carm è già grande, lui può camminare
da solo. Ha sette, otto anni lui. Capelli neri. Lisci. Passo sicuro. Non
inciampa mio fratello. Io, mio padre mi tiene per mano. Guarda Gennaro:
il leone Ciccio. E io, tutto contento io. Tutto una pasqua io. Sei felice
Gennaro? Sì papà, sì, è bellissimo ‘u
liùni Ciccio. E tu Carmine, sei felice tu? No. Tutti e 2 lo taliàmmo.
Io e mio padre. Mio fratello Carm. Sette, otto anni. No, disse. Poi mi
guardò, e sorrise triste, come solo lui sorrideva. Capirai anche
tu un giorno, mi disse. Poi mi accarezzò i capelli. Poi andò
a giocare a calcio con altri piccirìddi. Poi non lo vidi più.
Io rimasi lì. Incantato davanti al leone Ciccio. Era vero. Era
tutto vero. La criniera. Le zampe. La coda. Il colore giallo bruciato.
Poi incontrai i suoi occhi. Papà, papà guarda: Ciccio ci
ha gli occhi sudati. Mio padre che mi accarezza. Mio padre che mi siede
sul suo collo. Mio padre che mi porta a giocare a calcio con Carm. Fu
allora che mi girai. Fu allora che accadde. Ciccio, il leone Ciccio ruggì.
Un ruggito che a me parve potente. Fiero. Incontrastato. Troppo contento
ero. Cos’è la felicità? Per me era quell’istante.
Io che vidi il leone Ciccio ruggire. Carmine, fratello mio, adesso capisco.
Soltanto adesso comprendo. Soltanto ora, che queste donne mi trafiggono
di sguardo, il mio piccolo corpo gennaro che suda e trema. Ciccio ruggì.
Ruggì quando, da sopra le spalle di mio padre, mi voltai verso
di lui. Ruggì a me. Al mio sguardo. Ai miei due occhi puntati su
di lui. Ruggì. Ed era un ruggito di profondo dolore, di violenta
impotenza, di lancinate nostalgia per la sua casa, il suo mondo, la sua
vita. Carm, adesso che mi lapidano con gli occhi comprendo le sbarre del
leone Ciccio. Adesso so il tuo no. Adesso capisco il mondo di chi è
offerto in pasto al pubblico. Adesso comprendo tutto. Adesso. Sono io
il leone Ciccio. Vedo attraverso i suoi occhi. Tu già sapevi. Io
no. Ma adesso, adesso so una cosa, una soltanto: prima ero cieco, e ora
ci vedo. Che devo fare Carm? Come devo comportarmi? Devo fuggire? Devo
spaccare tutto? Devo ruggire? Ho paura Carm. Ho paura di questi sguardi.
Ho paura della precisione dei loro zigomi, della delicatezza delle loro
gambe, del suono da sirena che possono cantare. Sono in gabbia, Carm.
Chiuso. Frenato da sbarre. Aiutami, fratello mio. Aiutami. Perché
una donna, la più bella, accussì bella che nessun pensiero
impuro può sbocciare in mente alcuna, mi si avvicina. Perché
protende la mano verso di me. Perché la appoggia sul mio petto.
Aiutami. Un brivido m’assale, mi vince e mi possiede. La fata mi
guarda, dischiude le labbra e sorride. Calma, Gennaro. Calmati. Stringi
i pugni e controlla la respirazione. Accussì bravo. Bravo. Prova
a sorridere. Provaci. Ci riesco. Sembro un Picasso. Ma: sorrido. Salvataggio
in calcio d’angolo. Mica è finita. L’assedio continua.
La mano permane sui miei pettorali sudati e frementi. Metti a fuoco. Non
calare lo sguardo. Osservala pure tu. Sii fiero, come Ciccio in gabbia,
come Carm quando disse di no a mio padre. Sii fiero. A testa alta. Non
abbassare mai lo sguardo, Gennaro, mai. Davanti a nessuno. Fu accussì
che la osservai. Una bellezza altera. Superba. Una fortezza inespugnabile.
Percorsi l’incanto del suo corpo partendo dall’alto, dalla
sinuosa geometria dei capelli, che, piano, s’adagiano dietro gentili
orecchi. Occhi di ghiaccio, freddi come il disinteresse. La carnosità
delle labbra. Il rapido movimento erotico della lingua che le sfiora.
Il collo cerchiato da diamanti. I seni… i seni. Ma io già
‘u vìtti ‘sto paio di seni. Dove. Dove. Ricordare.
Adesso. Urgenza primaria. Ricordare. Dove ho già visto ‘sti
2 seni. Dove. Già visti. Sicuro. Sono loro. Possiedo già
questa immagine. È in me. Lo so. Ricorda. Concentrati. Ricorda.
Puoi farcela, Gennà. Ricorda. Ancora uno sforzo. Uno solo. Fatto.
Ricordai. Ci riuscii. Recuperai l’immagine. Assurdo, lo so, ma non
è tutto assurdo adesso? Io ‘ste 2 mìnne so dove le
ho già viste. Accadde qualcosa però. Già. Successe.
Deve essere andata accussì: mi sa che mi soffermai un po’
troppo sulle mìnne della glaciale bellezza appoggiata di mano al
mio villoso petto, e ciò provocò risolini e scherno nelle
sfarzose troie di pietre preziose vestite fuori dalla mia gabbia. Ridevano.
Si occhiatavano. Qvesto Gennavo deve esseve pvopvio una bestia, pensarono.
Un povco. Codesta ilarità scoppiò nel silenzio di prima,
e distrasse i maschi che in un fiat dimenticarono le traiettorie di palle
e stecca, e abbandonato il panno verde, i frac vennero a taliàre
la bestia in calore. Bè, a onor del vero del mio io ce lo misi.
Mi fermai a taliàre ‘i mìnne del miracolo che mi alitava
rinnànzi per un po’ troppo tempo. Bellissime mìnne.
Ma tanto ormai io sapevo. Possedevo l’informazione. Mi sentivo invincibile,
come Ciccio doveva essere in Africa. Un re. Le staccai con delicatezza
la mano dal mio corpo. La allontanai da me. La osservai. Era bella, di
una bellezza lancinante. Non tradiva emozione. Non lasciava filtrare nulla.
Ma non sorrideva più, labbra umide e occhi di pietra. Poi pensai
a Carm. Scrisse una volta: “tu, carne che tremi al mio tocco, il
terzo giorno di settembre ti dissi: tu sei una pietra preziosa. Sbagliavo.
Non sei una pietra preziosa, e ti chiedo perdono. Non lo sei. Sbagliavo,
come l’eretico smarrisce la via della grazia, come l’amante
è sordo al preludio del bacio. Sbagliavo. Tu non sei una pietra
preziosa. Tu sei umile carbone, nero e scuro. Ti lanci nel fuoco, e mi
riscaldi. Ti consumi, e segni il mio percorso. Nel tuo sacrificio, tu
sei la mia luce”. Grazie Carm. Grazie dell’aiuto. Ho capito.
Il carbone. ‘U liùni Ciccio. Io. Loro. La femmina. Ci sono.
So. Mi scusi signora, dissi allora. Mi scusi. Ma io so chi è lei.
I risolini si fermarono. I gioielli non tintinnarono. Gli uomini mi squadrarono.
Signora so anche il suo nome, aggiunsi. Lei si chiama Laura Pistilli,
ed è parente di una fu Laura Pistilli che prestò il suo
di lei corpo come modella ad una statua scolpita qua vicino. Non so se
fu maggiore il silenzio o il rumore muto del disagio. Il tempo parve fermarsi.
Una fotografia sembrava ciò che stava ddùoco dìntra.
Poi, perché c’è sempre un poi, tornò a rompere
l’incanto ìddu. Duccio Pistilli. I cocktail mitteleuropei
sono pronti, gracchiava. Stronzo. Idiota. Coglione. Non vedi che sta accadendo
qualcosa di mirabile? Non scorgi come di contropiede Gennaro Febbre si
è ficcato a tutti e sta conducendo 1 a 0? Stolto e cieco Diego
Pistilli. Mi dispiace per te. Mi dispiace vero. Ma io, gli occhi, mai
li levai dalla fata che avevo davanti. Mai. La trafiggevo, occhi come
spilli sulle sue ali farfalle. E lei. Lei che non si muove. Lei che non
respira. Lei che non tradisce emozione alcuna. Mai. Anche quando mi avvicino.
Anche quando le sfioro la guancia. Anche quando la bacio sulle labbra.
Non si scompone mai. Mai. Suo marito invece si scompose. Assai. Incazzato
nero mi si scaglia addosso. Furente mi jècca ‘ntìerra.
Arraggiàto nero mi colpisce di pugno. Sullo zigomo. Il mio zigomo
destro. Non il suo, ma il mio. Mi colpì a tradimento. A me. A Gennaro
Febbre. Il mio zigomo destro. Ci separano. Duccio Pistilli chiede scusa
ma non sapevo che tipo fossi, mi credeva una brava persona, cose accussì
insomma. Le portatrici di gioielli urlano: chiamate i cavabinievi! I masculi
in frac invitano il marito a calmarsi, a me ad andarmene via subito. Si
notiziano sulle condizioni della magnifica fata. E lei, la fata, non si
muove, rimane indecifrabile e gelida ma: mi guarda. Continua a fissare
me. Me ne vado, me vado, livàtemi i mani d’addosso, me ne
vado. Guadagno la porta, ma una intuizione geniale mi sconquassa tutto.
Inizio a ridere. Non riesco a frenarmi, accussì: rido. Sono proprio
un bastardo. Mi fermo. Un attimo, dico, soltanto 2 cose. Mi rituffo nell’abisso
della meraviglia. Volevo scusarmi per il bacio, davvero, le dissi. E lei.
Lei che si incammina. Lei che marcia. Lei che si muove. Verso di me. Verso
me. Come fa a sapere il mio nome, disse. Non rideva. Non rideva più.
Nessuno rideva più in quella stanza. Signora, risposi, non si urti,
che non si urti nessuno, ma lei l’ho riconosciuta dai seni. Sono
gli stessi della statua. Uguali. Una tale identità è possibile
soltanto per patrimonio genetico, mi ha spiegato il mio amico Totò
che è un filosofo, cioè non è filosofo vero ma è
tutto filosofo lui, e adesso se fosse qui potrebbe argomentare il tutto
con parole che io non ho, o non so di avere, ma sia io che Totò
sappiamo che non esiste in tutto il creato un paio di mìnne uguali
all’altro. Non le ho toccate le sue certo, ma mi è bastato
osservarle. Mi scusi, ancora, non so cosa mi è preso prima. Mi
scusi davvero. Lo dissi. Fissandola sempre. Non abbassò lo sguardo.
Mai. Non sorrise. Non si corrucciò. Ascoltò. E basta. Mi
incamminai verso la porta. E la seconda cosa?, chiese una voce maschile,
una a caso. Ah già. La seconda cosa. Aprìi la porta della
reggia. Particolare fondamentale. Mi girai. Pronto ad attraversare di
nuovo la sala. Mi tornò in mente il proposito di arrubbare tutto.
Impraticabbile. Peccato. Chiesi una penna e un foglio di carta. Ottenni
entrambi. Soltanto la penna poteva valere… di più, sì,
di più. Scrissi sul foglio. Restituii la penna. Tenni il foglio.
Poi mi incamminai. Lento. Io: camminai. E lei. Continuava a guardarmi,
lei. Sempre. Ferma come l’orizzonte. Un attimo, dissi, un attimo,
volevo scusarmi con il marito della signora. Mi avvicinai verso quell’esercito
di frac. Un passo dopo l’altro. Camminatura fiera. Ferma decisa.
Testa alta. Mai abbassare lo sguardo. Mai. Tesi la mia mano destra. Verso
il marito. Verso l’uomo di cui baciai la moglie. Verso colui che
colpì a tradimento il mio zigomo destro. Un secondo che parve eterno.
Poi il marito s’avvicinò a me. Cojone. Ci tirai un pugnazzo
di sinistro accussì forte, ma accussì forte che mi feci
male puru io. Il suo naso. ‘Un c’era cchiù. Tutto rotto.
Scusa, la cammicia di sangue t’ho sporcato. Felino mi voltai. Tutto
giaguaro mi infilai tra 3 colossi e li scartai. Tutto volpe fintai a destra
e sgusciài a sinistra. Minchia che stratego. Ma non era finita.
Non era finita qua. Ammollai un calcio nelle palle a Duccio Pistilli.
In fondo era colpa sua. Unico neo non avere assaggiato il cocktail mitteleuropeo.
Ma che minchia è poi? Tu lo sai? Io no. Mi sa che per un po’
non lo saprò. Duccio Pistilli. Tutta te la sei meritata la carcagnàta.
Tutta quanta. Poi, il punto geniale del mio attacco alle retrovie nemiche.
Tutto leone andai verso la principessa. Le diedi il pezzettino di carta
che scribbacchiai poc’anzi. E lei. Lei mi sorrise. Lei mi donò
la gioia del suo viso che s’apre come un giglio all’alba.
Ciao gioia. Eppoi scappai. Porta già aperta. Arguzia necessaria.
Un calcolatore io. Il tutto durò non più di 4 secondi. Mentre
sgroppavo per le scale gridavo: da parte mia e del leone Ciccio. Ridevo.
Un giustiziero mi sentivo. Dall’attico, invocazioni a chiamare la
polizia. Correndo ebbi però la lucidità di compiere una
riflessione. Un momento. Laura Pistilli, la fata. Duccio Pistilli, il
testadiminchia. Ma che erano forse parenti?, pensai. Poi pensai puru:
me ne fotte qualcosa? No che non me ne fotte. La carcagnàta sulle
palle tutta se la meritò. Tutta quanta. E lei. Sorrise. A me. Ciao,
angelo mio, ciao. Tanto lo so che ci rivediamo. In strada ripresi il mio
passo trotterellante. Fischiavo “On the beach” di Neal Young.
Mi venne accussì bene che mi quietai. Che bella a volte la vita.
Una doccia era urgente. Qualcosa mi sfuggiva. L’acqua mi levò
di dosso il pensiero del cocktail mitteleuropeo che non avevo bevuto.
Mi pulì dagli sguardi cattivi delle pùlle ingioiellate.
Mi sgrasciò dal pugno ricevuto sul mio povero zigomo sinistro.
Rifatti il naso, pezzo di merda. Te lo meriti. Svampài 4 dianabblu
morbide. Lessi rat-man. Mi alzai per pisciare. Quando mi trovai di fronte
il mio animale preferito che faceva gorgogliare lo stagno circondato da
ceramica, compresi. Lo stronzo del barbiere. Il segno della orride camel
sul mio cranio. Vaffanculo. Mi vestii. Corsi di nuovo. Presi il pandizio.
Andai in piazza. 3 sanpietrini belli pesanti pesanti. Il passamontagna?
Accanto al lato guida, fedele compagno. Parcheggio. Intasco le pietre,
intasco il passamontagna e vado. Fischio, e sorrido. Non piove, e sorrido.
Penso a domani mattina, e mi scompiscio dalle risate. Ha 3 vetrine il
barbiere. 3 vetrine? Sarebbe meglio dire: c’erano 3 vetrine. Una
volta. Tanto tempo fa. Andato. Perduto. Per sempre. Un macello combinai.
Uno schizzo di vetrini piccoli piccoli. Un bordello. Niente rimasi aggrìtta.
Tutto frantumato il vetro. 3 vetrine che non ci sono più. Amen.
E’ la vita. E’ la fine che meritano gli stronzi. Accussì
è. Niente da dire. Tutto giusto. La genialata finale? Ci tirai
dentro al negozio un pacco di camel, vuoto. Accussì s’insìgna
lo stronzo. Accussì saprà che d’ora in poi è
controllato a vista. Marcato stretto. Nessuna speranza di farla franca.
Nessuna. Non con me. Non con Gennaro Febbre. Guardati sempre le spalle,
bastardo. Temi la tua stessa ombra. So chi sei. So ùnne travàgghi.
Io lo so. Trema, pezzente. Trema. Guido verso casa, e rido. Mi spoglio,
ripenso all’assurdità degli eventi e rido. Mi guardo il mio
pugno sinistro e rido accussì tanto che quasi quasi mi pisciavo
di sopra. Poi mi fumo una camel. Non sono accussì male come ricordavo.
Poi mi corico. Dormo benissimo.
24 settembre, ore 16:48
Molte ore sono scivolate via dall’incontro con la fata. Troppe.
Corrono, corrono e non si fermano mai, le ore. Mi sono scivolate via,
come sabbia dalla mano.
La sabbia scivola, ma quando hai la mano bagnata però
rimane, mi si obietta. Che c’entra? Quella sabbia che rimane sono
i momenti forti, le ferite dell’esistenza, i germogli piccoli e
fragili che chiamiamo felicità. Tipo: il ricordo della prima volta
che si fa l’ammore. L’ultimo golle segnato a calcio. Lo schiaffio
di mio padre. Un tramonto davanti al mare d’ottobre, niente nubi
solo tu e l’acqua. La vista di Carmine disteso che non respira più,
ma pare che dorme ancora ora che ci ripenso. Le sue labbra, il suo sapore,
le sue mani, lei. Permangono, come sabbia su mani bagnate. A volte tagliano,
a volte accarezzano, a volte suggeriscono, a volte urtano, a volte intristiscono
e allora vaffanculo a tutto quanto.
Che poi, alla fine, la sabbia torna sempre al mare. Niente
da fare. Accussì è. Sabbia e mare. Mi pare Gibran ci scrisse
qualcosa. Gibran. Importa? No. non importa davvero. Anzi, ma che me ne
fotte di Gibran.
‘U me amico Totò mi dice che la sabbia è
più contemplativa, mentre il mare è più emotivo.
Cioè: la sabbia è il tempo che scorre, cenere sei e cenere
torni. Il mare, che ci fu, c’è e ci sarà invece ci
guarda, ci vede a tutti noi uomini indaffarati nel dominio della lotta
che è la nostra esistenza, ci guarda il mare e si intristisce.
E’ emotivo, il mare. Piange lacrime salate.
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