il Giornale

 

7 agosto 2003

Con un monologo in dialetto, Italia-Brasile strega le platee

“(…) E al novantesimo minuto Eder sta per calciare un tiro d’angolo per il Brasile. Il giocatore brasiliano dispone il pallone, poi sposta i cartelloni pubblicitari per prendere ‘nna rincorsa cchiù potente, corre e colpisce la palla di esterno sinistro, parabola a rientrare, si crea una mischia all’altezza del dischetto del rigore, montagna di carne umana che salta tutta’nsemula, e Dino Zoff l’azzurro portiere nota con disappunto che ad acchianàre cchiù in alto di tutti è ‘u difensore du Brasili di nome Oscar(…)”. Col fiato sospeso e tanto dialetto quanto basta per impastare insieme ricordi ed emozioni, Davide Enia – palermitano doc, classe ’74, di professione “cuntista” – racconta a suon di musica la mitica partita degli azzurri contro il Brasile declinandola secondo gli umori e il tifo di una famiglia siciliana incollata davanti al sacro altare della Tv a colori.
Semplicemente Italia-Brasile 3 a 2 si intitola questa gustosa pièce che gira la penisola già da qualche mese – è stata in cartellone a Milano, a Roma e prossimamente sarà a Venezia, Lecce, Caserta e Salerno – riscuotendo ovunque entusiastici consensi. E non potrebbe essere diversamente visto che, nella sua partitura epica ma moderna, Enia ( accompagnato in scena dai musicisti Settimo Serradifalco e Salvatore Compagno ) non tralascia nulla della sospirata vittoria azzurra di vent’anni fa, entrata a ragione negli annali del nostro calcio. Anzi, da suadente fabulatore quale è, ne ricostruisce passo dopo passo i momenti più intensi citando, non senza un pizzico di affettuosa ironia, proprio tutti: Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antonioni e Graziani. In pratica, gli eroi che ci portiamo nel cuore, travestiti da instancabili “paladini” di una battaglia spinta all’ultimo sangue. Enia li segue minuto per minuto, diluendo tra le frasi e le azioni a centrocampo l’immagine di un’Italia – quella vera – mediocre e scaramantica. Gli spettatori ascoltano e rimangono incantati, rapiti dai suoni, i ritmi, i riti collettivi e le memorie personali rievocate qui come dentro un teatrino di “pupi” che armeggiano il pallone al posto della spada. “Ed è proprio ìddu – riprende a cantare il bravo puparo – che colpisce ‘u palluni di testa, ed è una sassata violenta ‘sta capocciata brasiliana, un tirazzo potente e secco che si dirige verso il palo lontano laddove lui, Dino Zoff, età 40, non ci può arrivare manco pi niente. Il pallone vola verso il golle, beffardo e sicuro, e Zoff si guarda attorno, attonito e impotente. Nel caos incoccia losguardo di Paolo Rossi. E’ ‘na taliàta breve, ma intensa assai […]”. E così via fino al felice epilogo: “Ma Zoff il quarantenne si sente addosso tutta la vecchiaia del proprio corpo portiere. Comunque chiude gli occhi e si talìa dentro. Pensa: ”Minchia! Iddu c’havi raggiùni! E allora s’attùffa felino verso ‘u palluni che sta per tràsere nna porta. Strince forte i denti, e non pare cchiù un cristiànu sanu di mentema un fùodde con un solo compito’nna vita: pigghiàri quell’arrùsu du palluni e dire al mondo intero: “Picciotti, c’è picca ì fari: stavolta vinciamo noiàautri”.

 


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