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MICAELA SPOSITO
STUPENDO CANTORE
DEL DOLORE
Lo straordinario Davide Enia in scena al
Garibaldi
Giovane ma intenso autore ed interprete, davide
Enia in questo maggio ’43 ospite per tre sere al Teatro Garibaldi.
Senza retorica e con una purezza visionaria principia la storia di Gioacchino,
“u cchiù nicu ri tutti”, in visita alla tomba del fratello
per un rendiconto, quasi una filastrocca, su quanto accaduto ai loro familiari.
“Oggi ti regalo un cunto”, gli dice Gioacchino. Ed è
cronaca di guerra: quella che piega Palermo nel maggio 1943, ricostruita
attraverso la suggestione del racconto e la forza della gestualità,
mentre il contrappunto della chitarra di Giulio Barocchieri rischiara
la scena ed amplifica l’incanto. In una carrellata sapiente di personaggi-familiari,
zii e zie, che fanno rivivere quei giorni.
Giorni di lotta contro “u pititto assassino” in cui si mangiava
“pane nero, duro come un coccio”; in cui l’amuchina
si comprava al mercato nero e le medicine costavano “sangue di Papa!”,
1800 lire, più di uno stipendio. Meno male che c’era lo zio
che “i piccioli” li faceva giocando; ma rubare ai morti per
mangiare, mai! E quando la sirena rompeva il silenzio della notte, bisognava
contare fino a quindici; poi tutti in fila per raggiungere il rifugio,
compresa la statua di Santa Rosalia, sulla carriola, “che ci scanciavanu
per una processione”.
Enia è un bravo mattatore con quel suo terreo vernacolare in siciliano.
Ma non lascia adito ad equivoci: la risata del pubblico è pungente
e liberatoria, l’ilarità non basta a far dimenticare che
la guerra è guerra. Un giorno, “un rumore che così
forte non si era sentito mai”: la povere densa e bianca delle macerie
strozza il respiro e brucia gli occhi, e la tragedia è lì,
nella sofferta petulanza di un “avete visto mio marito? Dov’è
mio marito?”. Ovunque e comunque la guerra è macerie. Al
plauso finale, per cinque volte il pubblico lo pretende in scena. Enia
torna, per una dedica allo zio Umbertino e per non assuefarsi alla tragedia
della guerra: “Parlami d’amore, Mariù... dimmi che
illusione non è...”.
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