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GODOTNEWS - SPECIALE
SANTARCANGELO
CUNTI, CANTI E RACCONTI
di Fabio Acca
Convince Davide Enia in 'Schegge. Studio su maggio ‘43': un talento
fuori dal comune, in equilibrio fra ricerca e tradizione.
(Santarcangelo, sabato 5 luglio)Da tempo ci si interroga
sul valore residuale del teatro. Qualcuno, scambiando la cultura per informazione,
ne riconosce il miraggio in una vocazione cronachistica chiamata 'il recupero
della memoria', quasi quest’ultima fosse esclusivamente un problema
di 'fatti' o ancor peggio di 'dati' e non una condizione viscerale del
corpo. Nella sua sedimentazione di genere, questo andamento si è
spesso declinato con parole quali 'narrazione' o 'impegno civile', che
nei momenti più felici, quelli in cui l’espediente drammaturgico
si incarna in un sapere attoriale violentemente personalizzato, sembra
rigenerare lo strappo del teatro con una propria tradizione sommersa.Davide
Enia appartiene ad una generazione emergente di narratori. Il suo talento,
decisamente fuori dal comune, riproduce un’ipotesi di lavoro per
un genere che da qualche tempo sembrava avere ormai consolidato una forma
di staticità creativa (salvo Celestini, ma qui siamo nel territorio
del mantra, dell’ipnosi collettiva...). Schegge. Studio su maggio
‘43, lo spettacolo che apre questo trentatreesimo Festival di Santarcangelo,
in un certo senso potrebbe essere preso come esempio paradigmatico di
una parola che, messa definitivamente da parte la tensione epica, si riconosce
in una qualità radicata profondamente nella cura cinematografica
del tessuto drammaturgico, costruito con un gusto suadente del dettaglio,
del paesaggio e del personaggio.L’artificio retorico è ancora
una volta lo sguardo del bambino, che osserva con disincanto le tragiche
vicende di una città - Palermo - devastata dalla guerra. Dimenticate
però Roberto Benigni e la sua epica buonista, la sua visione addomesticata
della Storia: qui c’è spazio solo per un valore testimoniale
reso ancora più crudele da chi ne racconta i dettagli con il tipico
distacco e inconsapevole cinismo di chi è ancora impreparato alle
storture della vita.La memoria dunque coincide con un senso del tragico
a misura d’uomo, proporzionato alla nostra vita, all’epica
cittadina del 'si dice'. Davide Enia, per questo suo lavoro, ha infatti
raccolto le testimonianze originali di chi ha vissuto direttamente le
vicende del ‘43, incastonandole in una scrittura originale che testimonia
ancora una volta come la dialettica tra scrittura drammaturgica ed esperienza
attoriale trovi una soluzione e una bellezza laddove la prima si radica
necessariamente nella seconda.Ma il fascino specifico di questo lavoro
risiede nell’equilibrio tra ricerca e tradizione, tra realismo e
artificio. La città emerge con forza direttamente dal corpo dell’attore,
con tutti i suoi personaggi, i suoi paesaggi, e le circonvoluzioni della
vicenda, grazie ad una lingua 'di carne', in cui le coloriture dialettali
non sono il segno di una facile fascinazione folklorica; dove il corpo,
pur aggrappato alla staticità di una sedia, sembra riverberare
nel suo solcare lo spazio circostante immagini di tradizioni teatrali
popolari.Riconosciamo il 'cunto' sempre equilibrato ad una specifica funzione
drammaturgica; riconosciamo l’opera dei pupi, a stigmatizzare con
leggerezza alcuni personaggi, per poi diluirsi in una sorta di jam session
con l’unico musicista in scena (Settimo Serradifalco) che con affilati
tocchi jazz segna i passaggi più lirici o concitati dell’azione.
E ancora una volta la parola si tinge di tinte forti, l’attore assume
su di sé un mondo cinematografico in cui la narrazione agisce con
la densità e precisione di una cinepresa. (VOTO 7 e 1/2)
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