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di Davide Enia - ottobre
2003
Io mi chiamo Davide Enia e sono nato a Palermo, dove vivo. Quando mi piace
una femmina dico “mi fa sangue”. Quando l’arbitro mi
fischia contro un fallo e io continuo lo stesso l’azione, all’arbitro
poi ci dico “ ‘Un sentìi ‘u fischio”. Nella
mia drammaturgia, e nella vita, uso ‘u dialetto palermitano. A Palermo
tutto è netto, chiaro e determinato, proprio perché tutto
si alimenta di contraddizioni che rinnegano continuamente lo stato delle
cose, e le certezze, e le verità costituite. Un contrasto. Come
‘u dialetto, che possiede un rapporto simultaneo sia con l’oltranza
che con le radici. Questa divaricazione verso ciò che è
stato (le radici) e ciò che è possibile (l’oltranza)
è un rapporto che possiamo definire “simbolico”. Taliàmu
‘u perché. Possiede, il palermitano, l’esperienza della
contraddizione: con la sua sonorità ora tagliente ora suadente,
‘u dialetto sa essere graffio e sussurro. Impenna in picchi di velocità
sostenuta, accelera le sue pulsazioni e crea una partitura ritmica. Poi
però rallenta, e dilata i fonemi, e diventa sinfonia di un sentire.
E’ una lingua senza futuro, il mio dialetto. La flessione temporale
del tempo futuro è assente. Non c’è. ‘Un è
prevista. Io domani vado a Milano. Io mi sposo tra cincu anni. L’azione
o è puro atto al presente o è confinata in un passato irrimediabilmente
perduto: il tempo detto “remoto”. Quando Felice Centofanti
segnò contro il Messina il gòlle del 2 a 1 per il Palermo,
allo stadio io c’ero, ma ero girato. Il mio amico mi disse “
‘U virìsti a Centofà ca ci ficcò ‘u gòlle?”
(trad: Lo vedesti a Centofanti che marcò la segnatura?). Io ci
risposi: “Minchia, ‘un ‘u vìtti” (trad:
Perbacco, non lo vidi). Il gòlle era stato ficcato in porta da
non più di tre secondi. Questa scissione tra tempo del “fu”
e tempo del presente è figlia sia dell’onnipotente calore
meridionale che impone l’immobilità, sia della pervicace
sfiducia nel domani. La realtà o accade adesso o è perduta,
per sempre. Il resto è sogno. Su questo asse presente\passato remoto
il dialetto palermitano costruisce il proprio essere. Parlarlo, e quindi:
pensarlo, rende subito necessario e primario il confronto con la precarietà
che è consustanziale al reale, e lascia pure intendere che, oltre
la soglia del visibile, esiste da sempre l’ineluttabilità
di ogni cosa.
Ma però, per salvarsi da questa ineludibile dicotomia, il dialetto
fotte se stesso creando di continuo ipostasi: apre appunto all’oltranza,
spalanca le porte al possibile, secondo il procedimento che è proprio
del mito. La nominazione delle cose, il loro battesimo nella categoria
della conoscenza, è un vero e proprio atto eversivo, teso a violare,
di continuo, la rete che avvolge. Innanzitutto il dialetto palermitano
non è mera espressione fàtica: ad esso si accompagna sempre
il gesto, per meglio esplicitare, per sottolineare, per trovare giustezza
anche nel ritmo del pensiero che si sta raccontando. In fondo, dominati
ora greci, poi da romani, poi ancora da normanni arabi francesi spagnoli…
e come càbbaso ti facevi capire se non inventavi un linguaggio
col corpo?… quel linguaggio del gesto è rimasto, ed è
esso stesso dialetto, tanto quanto la parola pronunciata. E accussì,
quando mi piace una femmina, non posso fare altro che dirci a lei: “mi
fai sangue”, mentre le mani ondeggiano mosse dagli avambracci, rappresentazione
vivente dello squassamento amoroso, che destabilizza negando l’equilibrio.
“Mi fai sangue” è il corpo che si protrae verso l’oggetto
del desiderio, è la fisicità tutta, identificata nel suo
elemento vitale principe, il sangue, che spasima, che trae nuova linfa
da quell’incontro visivo, che permette al cuore di pompare. “Mi
fai sangue” è direzione urgente del sentimento. Ed in più
è simbolo, mutuato ed usato dalla categoria di pensiero nella quale
sono stato forgiato. Accussì il dire si sgancia dalla quotidianità
e diviene metafora, insinuazione, intuizione dell’alterità.
Visto come la contraddizione è, in fondo, la nervatura del dialetto
palermitano, inteso come categoria del dire e del pensare, pure io entro
in chìsto bèddu contraddittorio quando scrivo ed adopero
il mio dialetto. Perché io il palermitano lo parlo, lo scrivo e
lo tradisco. Di continuo lo tradisco. Quando a 13 anni m’accattàvo
la mia prima scarpa di calcio ero contento. Molto contento ero. “Pantofola
d’oro” si chiamava la scarpa. Bella, assai. Me la taliàvo
tutta. La ammiravo. La rispettavo io a quella scarpa. Costò per
giunta pure un fottìo di soldi. Logica era quindi la paura di usarla,
comprensibile il timore di usurarla nell’asperità della terra
battuta del campo di calcio. E accussì le mie prime partite consegnarono
alla storia sì scarpette pulite ed immacolate, ma pure prestazioni
grigie e dimenticabilissime, e piedi (i miei) macinati e sanguinanti.
Questo perché la scarpa, o meglio: il mio uso della scarpa, non
aveva vita. Essa era un feticcio, un ideale, mera contemplazione estetica.
Il mio piede le dava ancora del voi, alla scarpa. Poi però fu proprio
la scarpa che mi parlò, una notte di settembre, in sogno: Davidù,
mi disse la scarpa chiamata “Pantofola d’oro”, e che
minchia è? M’accattàsti per taliàrmi o per
giocarmi?. Miii, raggiòne aveva. La scarpa andava giocata, sporcata,
ferita. Iniziarono dunque le sgraffiature, le abrasioni, gli aggiustamenti:
il grasso spalmato soltanto sull’esterno per permettere alla piante
del piede migliore adesione con l’interno della scarpa stessa, un
pezzo di stoffa posto all’interno in punta per non far mai più
sanguinare le dita dei piedi, limare i tacchetti sul tallone per meglio
frenare in corsa, il corpo già teso al cambio di direzione, il
piede già pronto a fottere col tunnel il portiere. Questo lavorio
paziente e continuo sulla scarpa permise al piede di avere più
che una degnissima dimora: un’arma divenne la scarpa, dall’utilizzo
preciso e consapevole.
Accussì io uso il dialetto nel mio teatro. Non è mai una
riproposizione filologicamente corretta, piuttosto è una forzatura,
una scomposizione, un tessuto di palermitano continuamente sporcato con
l’italiano. Ne adopero ritmo, suono, categoria di pensiero, appoggio
su codesta base, ma la finta all’avversario, il controllo con la
palla, lo scatto sul filo del fuorigioco possiedono tutte una grammatica
interna che ha sì una sua matrice, riconducibile al palermitano,
ma seguono una loro declinazione che nasce dalla mia fisicità e
dalla mia esperienza attraverso quella cosa strana, cinica e bara che
si chiama vita. La trasgressione di una grammatica permette di scoprire
nuovi movimenti musicali, diverse pulsazioni ritmiche, altre categorie
di pensiero che adesso, l’arroccamento in una unica declinazione
discorsiva, renderebbe impossibili, e inattuali. O per lo meno, io non
ne sono capace. Piglio e rubo gli odori che mi intrigano, che mi incuriosiscono,
che permettono alla frase di vivere come un organismo, di esplicare già
nel significante il sentimento del discorso, al piede di infilare il gòlle
al portiere avversario. Questo è il mio rapporto col dialetto e
con le scarpe da calcio.
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