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Genova, 5 febbraio 2006
Raffaella Grassi
Enia, monologo da applausi con bis
“Oggi ti regalo un cunto”. Così il
dodicenne Gioacchino comincia il suo racconto davanti alla tomba del fratello
in una Palermo di guerra dove si mangia pane nivuro, si scappa al suolo
della sirena caricandosi in spalla la statua di Santa Rosalia, si respira
paura e polvere, si camurria, si sfolla in treno, gli americani bombardano
le case e i fascisti stuprano le donne.
Teatro di emozioni ricordi e brividi quello che Davide Enia in maggio
’43, che ha debuttato venerdì al Teatro dell’Archivolto,
applauditissimo. Un monologo in italiano-palermitano che comincia pacato
e caldo e le parole sono un tutt’uno con le cose e con i gesti,
ampi e morbidi come quelli dei cuntisti siciliani, su un palco nudo che
a poco a poco si riempie di zii, zie, cugini, notti, filastrocche, rastrellamenti,
macerie, orrori e dolcezze.
Enia è bravissimo a costruire un mondo intero con la sua sola voce
e con il contrappunto musicale di Giulio Barocchieri alla chitarra, un
mondo fatto di famiglie patriarcali dove convivono lo zio zuoppo baro
e comunista, con la zia che recita il rosario anche quando dorme, e gli
uomini, i masculi, cantano solo quando sono con una fimmina bedda, per
conquistarne gli occhi e il cuore.
Ci sono momenti carnali in maggio ’43, uno degli spettacoli con
cui il trentaduenne Enia sta girando trionfalmente l’Italia dopo
aver vinto tutti i più importanti premi teatrali, ci sono momenti
tesi e angosciati vicino ad altri intimamente lirici che scivolano nel
puro canto, un canto raccolto e immobile in cui le mani si fermano e in
sala si crea come un silenzio commosso in cui anche i picciriddi si addormiscevano,
anche i bambini si addormentavano, come sassi buttati nel mare.
E su tutto c’è la guerra vista attraverso lo stupore di un
ragazzino, in una Palermo sventrata, dove le medicine per non morire costano
quanto il sangue di un papa, i padri e le madri cercano i figli fra i
cadaveri e le bombe cancellano 70 case in un minuto. E mentre Enia parla
e cunta sembra di risentire vecchi racconti, vecchie voci, vecchie storie
ascoltate in cucina, di ripiombarci dentro risucchiati dal vortice ritmico
del dialetto. E, così, quando Enia ha finito, il pubblico non lo
lascia andare e lui ritorna, fa due bis e chiude con una canzone, Parlami
d’amore Mariù, fatta in un modo sommesso tutto suo, finale
dolcissimo e “giusto” per un racconto di fame, di dolore e
di guerra.
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