Corriere della sera

 

 

Livia Grossi - 9 gennaio 2006

 

DEBUTTO/ Davide Enia racconta “Scanna” al Teatro Leonardo

“La mia faida familiare in palermitano stretto”

Fuori la grande guerra, nel sottosuolo il suo riflesso più viscerale, la lotta tra due fratelli che si contendono il potere del nucleo familiare, tre picciriddi, due donne, un nonno e uno zio. Davide Enia, classe 1974, il solitario affabulatore di “Italia-Brasile 3 a 2”, abbandona il palcoscenico per indossare i duplici panni di autore e regista con “Scanna”, il suo primo testo a più voci, vincitore del Premio Tondelli 2003.

Nove personaggi sempre in scena che si scannano tra loro, in palermitano stretto: un bel coraggio per la prima regia.

“Potevo approfittare del successo dei precedenti monologhi, ma uscire da situazioni comode e consolatorie fa parte del mio carattere. Lavorare con altri attori significa sperimentare, confrontarsi, crescere. Un teso a più voci vuol dire anche poter scrivere la storia di ogni personaggio, seguirne i percorsi, stupendo ogni volta il pubblico che desidera rivedere lo spettacolo”.

Perché ha scelto di scrivere in palermitano?

“E’ una lingua che nella grammatica non ha il tempo futuro, che obbliga dunque a farsi attraversare dal presente, immobile e sempre uguale a se stesso, trasmettendo quella claustrofobia che volevo nel testo. Inoltre credo che il problema del dialetto in realtà non esista, e la prima nazionale di Venezia lo ha dimostrato. In teatro andare oltre la parola è possibile, è necessario ovviamente un grosso lavoro sugli attori. “Scanna” vuole essere anche questo, un omaggio al teatro di parola e a questo mestiere che costa fatica. Uno dei motivi per cui ho scritto questo testo è stato tentare di vincere quei 2.500 euro che offriva il premio Tondelli per poter pagare spese e affitti”.

Torniamo agli attori, tutti palermitani doc ovviamente…

“La maggioranza del cast è siciliana, ma c’è anche Paolo Mazzarelli (il fratello maggiore) che è di Milano”.

Come descriverebbe “Scanna”?

Un testo molto duro che non lascia alcuna speranza, ma che fa anche ridere. Una fotografia che inquadra il tempo storico che stiamo attraversando: se la partita per l’umanità è persa, cerchiamo almeno di scoprire con il gioco e l’ironia una dimensione più onirica”.

Nessuna salvezza, dunque?

Solo i tre picciriddi (Valentina Apollone, Luigi Di Gangi, Alessio Di Modica) attraverso la fantasia riescono a trasformare un luogo di miseria in uno spazio poetico e a svelare dunque la realtà e la stupida guerra, dentro e fuori da quel rifugio. L’altro che riesce a “vedere” è il nonno (Giorgio Li Bassi), anello di chiusura del cerchio dell’esistenza, l’unico che guarda gli spettatori negli occhi”.




 

 

  SCANNA  
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