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n° 7 - novembre 2006
Maria Cristina Sarò
“Fui accuriusa e ci vosi spiari”
Davide Enia è un narratore ragazzino, un ragazzino
affamato di storie. L’attore palermitano può essere considerato
come il nuovo erede di quella tradizione drammatico-vocale che un tempo
si riferiva alla figura del “cuntastorie”. Il teatro di Enia
prende spunto e linfa da questa tradizione, per l’uso che fa del
dialetto, per la vocalità e l’onomatopeicità; cunta
anche di vicende personali e familiari, che sono per lui fonte di continua
e feconda ispirazione. La sua ricerca non vuole approfondire o portare
alla luce ciò che è chiamata Storia, ma vuole narrare vicende
comuni, forse banali, e dimostrare come anch’esse siano testimonianza
di una lingua, di una cultura e di una mentalità.
Che cosa rappresenta oggi il teatro di narrazione? Un
genere o una cerchia ristretta di artisti/artigiani?
"Il teatro di narrazione rappresenta, nel 2006,
un vero e proprio genere con delle regole interne, dei cliché,
una immediata riconoscibilità e una sua trionfale forza economica,
perché si basa su una scena spoglia, con dei cachet che riescono
ad avere prezzi abbordabili nella tanto paventata crisi economica odierna,
al punto tale che sembra diventare l’unico genere che sia possibile
adesso in Italia; inoltre la narrazione ha una sua così potente
riconoscibilità che è diventata un genere consolatorio,
al punto tale che sembra essere il ricettacolo di tutti i mali, di tutte
le tragedie che siano accadute. E’ molto facile accompagnare il
teatro di narrazione con l’etichetta di teatro civile. Il teatro
è semplicemente teatro. La narrazione è un aspetto che appartiene
alle infinite possibilità di aggressione di ogni aspetto umano
che il teatro possiede, ed è qualcosa che preesisteva, in quanto
da sempre l’uomo ha raccontato. Adesso che lo fanno più persone
si è consolidato il genere ma il fenomeno è venuto fuori,
indubbiamente, per l’intrinseca qualità dei lavori che l’hanno
fatto emergere, ed il teatro di narrazione ha rivitalizzato il teatro,
perché ha mostrato che è possibile fare teatro senza niente
in luoghi anche non teatrali. Per come è adesso la narrazione,
essa non ha una possibilità di sfida".
Si dovrebbe prima nascere scrittori o attori? Che cosa
dovrebbe avere la precedenza: la scrittura testuale o la scrittura scenica?
"Esiste in teatro una scrittura fisica, che è
un altro livello di scrittura.
Per la mia esperienza posso dire che per scrivere per il teatro, quindi
dialoghi, battute, stare col culo sul palcoscenico ha un certo peso: capisci
i tempi, capisci come le parole debbano essere essenziali, dirette, come
debbano aprire a un’azione scenica. E’ come il discorso sullo
sporcarsi le mani, in linea teorica tu che studi chirurgia puoi essere
anche un grandissimo chirurgo ma finchè non ci metti le mani dentro,
al corpo umano, non te le sporchi, non lo sai come avviene un’operazione;
fuor di metafora o per rimanere in essa, se non sali su un palcoscenico
a prendere o a dare una battuta, non puoi comprendere l’incisività
di un dialogo, e le regole della sua costruzione. La funzionalità
di un testo si vede poi nell’atto pratico della sua rappresentabilità.
Ci sono delle persone che sanno raccontare meglio di altre perché
usano degli stilemi che sono propri dell’oralità, fanno i
personaggi, cambiano le voci, trovano le parole giuste che aprono all’immaginazione.
Come ogni operazione dell’essere umano, esistono regole e bisogna
conoscerle anche per semplicemente tradirle, non è che sono scritte,
entrandoci le senti".
Il suo teatro è il prodotto dei suoi ricordi e
delle sue emozioni. Una forte sensibilità non priva, però,
di malinconia. Davide Enia vive di malinconia o ci convive?
"Gli anni ’80 sono stati anni di iconoclastia,
di distruzione contro cose violente come l’eroina di stato nei quartieri,
un teatro che aboliva la parola, la Raffaello Sanzio che viene fuori con
la potenza dell’immagine.
Negli anni ’90 c’è stato un recupero in senso forte
della drammaturgia, tant’è che è venuta fuori la narrazione,
che è un’operazione di scrittura.
Un altro aspetto che, in quegli anni, ha un’importanza capitale
è stato il recupero della dimensione privata, biografica ma non
dell’individuo, bensì biografica del luogo dal quale si proviene,
quindi con quei simboli, quei miti e soprattutto quella lingua che appartiene
a chi sta scrivendo quel testo. L’espressione dialettale poi è
quella che si è imposta, dalla seconda metà degli anni ’90:
il caso Napoli, il dialetto di Roma, di Palermo; perché il dialetto
ha nella sua potenza ritmica e nella significanza della musicalità
dei suoni, tutta l’urgenza del sentimento che apre al simbolo, che
l’italiano, perché troppo giovane, non può avere.
E il dato biografico, cioè l’appartenenza regionale, territoriale
con una realtà, fa sì che questa riesca a permettere, nei
migliori casi, lo scatto simbolico, quindi il sollevarsi dal dato specifico
che viene raccontato universale, al punto tale che appartiene a tutti.
Io racconto la mia famiglia in Italia-Brasile 3 a 2 senza nessuna pretesa
di archetipo-mitico; che poi il mio lavoro appartenga a chi ha vissuto
delle situazioni analoghe, è il passo in più che, secondo
me, l’autore non deve fare perché se no inizierebbe a giudicare
il proprio pubblico. Il mio lavoro verte sul piccolissimo: è fare
in mdo che la parola ne abbia un’altra inanellata dietro come un
filo di perline e che il ricordo abbia una sua verosimiglianza e una sua
verità emotiva".
Quando una femmina gioca a calcetto deve imparare la prima regola: legare
i lacci delle scarpe…”in questo i maschi sono più esperti”…ma
lei quante volte si è dovuto abbassare per legare quei lacci o
quante volte ha avuto bisogno che gli altri lo facessero al suo posto?
"Le scarpe, a calcio, me le sono sempre allacciate
da solo ma perché è la mia scarpa e un’altra mano
non farebbe il nodo giusto. Mettere una firma a uno spettacolo è
una assunzione di responsabilità: tu porti quell’esperienza
e fai uno spettacolo, che per quanto riesca ad avere una metamorfosi continua
di sera in sera, che vuol che un giorno dirigo una finale, un giorno per
una casuale, mantiene invariata la griglia drammaturgia che tu componi,
perché tu porti la tua esperienza attoriale, la tua esperienza
registica davanti ad un pubblico. Non fai un happening, è un’altra
cosa; e l’assunzione di responsabilità ce l’ha ogni
singola componente del prodotto finale che è lo spettacolo, che
è l’attore in scena, che è il musicista, il tecnico
luci, l’organizzazione; ognuno ha il suo campo d’azione e
su quello è necessario che si prenda le proprie responsabilità.
Se lo spettacolo funziona è perché tutte le componenti remano
nella direzione giusta. Siamo dei professionisti, è necessario
responsabilizzarci".
Come ha cominciato a scrivere? Perché scrive?
"Io scrivo perché per me è un lavoro
innanzitutto, è la mia professione questa qui ed ha la particolarità
di avere, nell’atto della scrittura, un’autorialità
che si impone, che non è semplicemente il voler dire che il mondo
è per me questo: è la possibilità di tramutare tutto
quello che ti succede in un’altra cosa, di usare tutto quello che
ti accade come merce di scambio nei confronti della realtà.
Io con quello che mi accade ci mangio, mi ci pago gli affitti, ci costruisco
un’impalcatura che magari diventa drammaturgia. Non c’è
quell’ansia adolescenziale che potevo a 16 anni. No. Io scrivo perché
è il mio lavoro e cerco di farlo al meglio, come cercherei di fare
al meglio i vasi se fossi un ceramista o di operare al meglio se fossi
chirurgo.
Io scrivo per far si che la pagina abbia una partitura ritmica al suo
interno, che la scrittura abbia una sua fluidità, a volte una sua
eleganza, a volte una sua irruenza, a volte una sua scomodità".
Chi gioca a calcio è in cerca del goal. Chi cucina
è in cerca del gusto o della sensualità. Chi scrive è
in cerca. Cosa sta cercando Davide Enia?
"Non lo so, io quando scrivo sono in cerca di un
ritmo, di una quadratura del cerchio, far si che ogni singola parola sia
al posto giusto, che ogni personaggio abbia in bocca le uniche parole
per battezzare la realtà, nel momento della finzione scenica e
nella sua traduzione teatrale o nella lettura o nel caso di Rembò
nella radio. L’emergere di una verità emotiva che è
quella che fa anche l’attore cioè quell’atto narrativo
di composizione scritta può avere in sé una scintilla che
emotivamente ti crea una commozione o una risata o un prurito o un’angoscia
che è incontrovertibile. Se tu hai un’emozione quella è
innegabile, al punto tale che la differenza tra il teatro e la vita, diceva
Peter Brook, è che ciò che accade sul palcoscenico è
vero; perché io credo veramente all’amore di Romeo e Giulietta,
se fatto bene, spero che non si ammazzino quei due deficienti, spero che
ci siano sempre baci su quel palco, ci credo. Quando io rido o piango
in teatro la mia verità c’è all’interno di una
finzione accettata, ma nell’arte l’emozione è sempre
costruita, non è dettata dal caso: in un Caravaggio i tagli di
ombra sono voluti al millimetro, così come nelle arie di Bach.
La geometria interna, circolare è un metodo sapientissimo per costruire
delle architetture trionfanti, nel caso di Bach, di lodi a Dio, perché
lui era un pastore; una sapienza artigianale che fa risultare quelle note
non solo urgenti ma necessarie e definitive come le parole di Shakespeare".
Lei non proviene da un percorso accademico. Questo vuol
dire che non lo consiglia i giovani aspiranti attori?
"Il teatro è un luogo di spudorata pratica,
e pratica quotidiana, lavoro, lavoro, lavoro…Grotowski che si l’ispirazione
esiste, ogni tot come momento eccezionale, il resto è lavoro lavoro
lavoro. Per quanto mi riguarda i muri gli abbatti a testate poi un giorno
cadono con il dito ma perché hai dato cinque mesi di testate poi
è arrivato il dito. Le ossa te le devi fare sul campo, chi gioca
alla playstation non sa giocare a calcio, chi guarda le partite alla televisione
e non ha mai messo un paio di scarpe da calcio, non giocare a calcio.
Chi fa una scuola di teatro ha una maggiore possibilità di avere
una riuscita con i piedi sopra il palcoscenico ma qual è l’elemento
di discrimine assoluto? Io non mi sento di consigliare niente a nessuno
se non di fare più palcoscenico possibile anche in contesti folli.
Non è un caso, per esempio, che persone che abbiano fatto i villaggi
turistici come animatori sappiano stare su un palcoscenico perché
hanno la tempistica, perché là viene sbranato se le persone
si rompono i ciglioni, è immediata la reazione che devi avere.
Quella è una palestra fortissima.
La più importante e definitiva è proprio il palcoscenico.
Fare qualsiasi tipo di spettacolo inizialmente serve a capire e carpire
delle regole interne che il palcoscenico ha, poi si può scegliere
di trasgredire perché le conoscevano o le hanno portate alla loro
massima intensità.
Una cosa che ha un fondamento matematico assoluto è la comicità.
La comicità sono i tempi comici, prendere una battuta e creare
una situazione, ma quella è matematica, un tempo comico è
matematica, e la sua ripetitività sera dopo sera ne fa comprendere
la giustezza e l’esattezza; così come la creazione di una
commozione: essa viene dal modo in cui tu guardi quell’attrice,
lei guarda te, voi vi avvicinate, poi vi staccate, davanti a un pubblico
ma è una coreografia in fondo. La libertà assoluta sta nel
riuscire a interpretare al meglio e rivivificare ogni volta una struttura
che, in quanto tale, più rigida è, più ti permette
di poterne entrare e uscire; ma devi conoscerla quella rigidità,
è là dentro che devi muoverti.
Il fatto incredibile è che io so che andrò a vedere delle
cose finte, mi emoziono, questa è la verità emotiva di cui
parlavo prima, a cui io tendo con la scrittura".
Chi è per Davide Enia l’artista?
"Io non lo so cos’è il teatro ma quando
lo vedo lo riconosco…Io non so cosa sia un artista, ma quando lo
vedo lo riconosco".
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