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n° 3 -
Dicembre 2005
Tradire la tradizione.
Conversazione con Davide Enia·
di Simone Soriani
Davide Enia (Palermo 1974) è uno dei più
importanti autori-attori della “seconda generazione” del teatro
di narrazione. Debutta nel 1998 con Studio per 2 petali di rosa cui seguono
Il calciatore (1999) e Malangelità (2001). Per la compagnia Sud
Costa Occidentale scrive Il filo di Penelope (2000) e Una stanza con nessuno
dentro (2002). Dopo il grande successo ottenuto con gli assoli narrativi
Italia Brasile 3 a 2 (2002) e maggio ’43 (2004), con Scanna (2004)
Davide abbandona la formula monologica a favore di una teatralità
rappresentativa di impianto drammatico.
Come si è avvicinato al teatro?
Per un motivo concretissimo: mi piaceva una “femmina” che
frequentava un laboratorio di teatro e ho iniziato a seguirlo anche io.
È stata questa la spinta iniziale, che mi ha fatto intrudere in
questo strano linguaggio che è il teatro. Poi, per i cinque anni
successivi, c’è stata una scelta precisa, per quanto precisa
e consapevole possa essere l’incosciente decisione di fare questo
mestiere. È comunque una maniera dignitosa per guadagnarsi da vivere.
Quale è stata la sua formazione e quali
i suoi maestri?
Ho seguito alcuni laboratori con Danio Manfredini, Laura
Curino e Tapa Sudana. Quanto ai maestri, se con questo termine indichiamo
colui che riesce a insegnarti qualche cosa, indipendentemente dalla volontà
o la coscienza di farlo, posso dire che per me Dario Fo lo è stato.
Con Mistero buffo Fo ha mostrato come si possa realizzare da soli uno
spettacolo teatrale. Allo stesso modo sono state importanti la visione
del Racconto del Vajont di Marco Paolini, perché mi ha fatto capire
che a teatro è possibile affrontare qualsiasi tema e di Kohlhaas
di Marco Baliani che mi ha fatto vedere come sia possibile fare teatro
restando seduti su una sedia.
Come è arrivato al teatro di narrazione?
Non c’è stata nessuna riflessione a priori.
Secondo me quella del monologo era la forma giusta per Italia Brasile
3 a 2: una sedia, due musicisti e la possibilità di alzarsi e raccontare
la vita, tramite un aspetto che io conosco e che è il calcio. Un’operazione
che ho condotto in un momento – tre anni fa – in cui c’era
un’assoluta invasività dell’immagine. Il recupero della
dimensione orale, e quindi favorire l’organo per eccellenza dell’immaginazione
che è l’orecchio, permetteva di smuovere lo spettatore dalla
pigrizia alla quale è abituato dal cinema e dalla televisione,
facendogli assumere un ruolo attivo e costringendolo a ricostruirsi con
la propria fantasia lo spazio, il tempo e i personaggi della vicenda narrata.
Perché, dal mondo del calcio, la scelta
di ambientare maggio ’43 e Scanna sullo sfondo della Seconda guerra
mondiale?
In realtà è casuale che maggio ’43 tratti
della Seconda guerra mondiale: dipende dal fatto che Palermo è
stata bombardata nel ’43. L’immaginario simbolico di un essere
umano si forma attraverso ciò che vede nella geografia dei suoi
primi anni di vita: io ho vissuto i primi 18 anni della mia vita a Palermo
e mi sono confrontato continuamente con una dimensione di crollo, di macerie,
di sfacelo ostentato a cielo aperto. Da qui è nata l’esigenza
di indagare i motivi di questo macello – i bombardamenti, appunto
– ed è nato lo spettacolo. Scanna, invece, è ambientato
in un periodo di guerra, ma senza una dimensione temporale precisa. È
per questo che chi ha vissuto l’esperienza del secondo conflitto
mondiale trova in Scanna un legame con quella guerra; i ragazzi invece
possono tranquillamente vederci il Kosovo, l’Iraq… È
talmente presente la dimensione bellica nella nostra quotidianità!
Per questo ho raccontato della guerra: perché è realmente
la grande sorella dell’esistenza e da sempre accompagna l’umanità.
L’anno scorso, per esempio, c’erano 57 conflitti attivi nel
mondo. Senza dimenticare le guerre più “sottili”, nascoste:
quella del lavoratore salariato; la recessione economica di questi anni
per cui “campare” una famiglia è impossibile; il precariato;
gli affitti alle stelle…
A proposito di legami con la propria terra, quale
è il suo rapporto con il dialetto palermitano?
Io ho parlato il dialetto da bambino e poi l’ho perso
durante gli anni della scuola dell’obbligo (l’ho recuperato
solo a 23 anni). A quei tempi se ti esprimevi in dialetto venivi considerato
di un’estrazione sociale talmente ignorante da non essere neppure
capace di “masticare” quella strana creazione televisiva che
è l’italiano. Ma l’italiano è una lingua ancora
troppo giovane per poter avere una pregnanza simbolica: non ha ancora
un passato, ha appena 50 anni! Per questo nei miei spettacoli uso il dialetto,
perché ha una forte strutturazione simbolica, derivando da lontane
“preesistenze”. E poi lo “sporco” con l’italiano
che mi permette la “circuitazione”. Insomma, pur senza alcun
tipo di riflessione a priori, mi sono dovuto creare una lingua personale
che, a furia di lavorarci, ha dimostrato una sua precisa identità.
Al dialetto è strettamente legata anche
la dimensione pantomimica del suo modo di stare in scena …
Sì, la mia gestualità deriva proprio dal dialetto:
Napoli e Palermo sono le uniche città in cui il gesto è
parte integrante del discorso. Con tutte le dominazioni straniere subite,
per farsi capire era necessario gesticolare: così il muover le
mani, l’espressività del viso si sono radicati come mezzi
di esplicazione del significato di ciò che si vuol dire. C’è
una frase in palermitano che spiega tutto ciò: ’a megghiu
parola è chìdda ca ’un si rìce (la miglior
parola è quella non detta). La parola, cioè, si comunica
in un altro modo, con il gesto appunto e con i silenzi. In più,
la gestualità scandisce il tempo del discorso e permette quindi
una partitura ritmica a me e a chi mi sta guardando, al punto tale che
se io inizio a variare la cadenza del mio gesto, inizia a cambiare anche
il respiro dello spettatore, e questo è il principio del “cunto”.
Del resto io concepisco i miei lavori come sinfonie musicali.
A questo riguardo, che tipo di lavoro ha svolto
sulla tradizione del cunto?
Filologicamente sono scorrettissimo. La mia è una
declinazione personale del cunto che non vuole avere nessuna pretesa d’imporsi.
Si tratta di una possibilità espressiva che appartiene alla dimensione
geografica nella quale sono nato e alla dimensione ritmica del mio dialetto.
Secondo me il cunto era giusto per “cuntare” una partita come
in Italia Brasile 3 a 2: in una partita di calcio c’è veramente
la stessa tensione, la stessa carica di agonismo, crudezza, violenza,
lo stesso pathos che c’è in uno scontro di paladini.
I calciatori, infatti, assurgono quasi a paladini
di un’epica moderna…
Assolutamente sì: io sono figlio delle partite di
calcio che ho giocato e che ho visto, non dei racconti dei paladini. Non
posso inventarmi un immaginario che non ho mai avuto. Io dichiaro di essere
filologicamente scorretto perché credo che lo studio sui materiali
preesistenti e della tradizione non debba per forza essere travasato integralmente
nel lavoro che si sta facendo, anzi meglio “travisarlo” per
renderlo proprio. Io non faccio né un documentario né un’operazione
di filologia: io devo far quadrare la drammaturgia di uno spettacolo nella
sua performatività scenica.
Accanto ad elementi della tradizione, nel suo
modo di raccontare ci sono anche elementi di narrazione cinematografica…
È vero. Per esperienza ho visto molti più film
che spettacoli di teatro. Molti tagli dei miei monologhi sono assolutamente
cinematografici: ad esempio tutta la scena dello stupro in maggio ’43
l’ho pensata “in soggettiva”, come se gli occhi di Gioacchino
– protagonista e narratore del monologo – fossero una macchina
da presa che vaga e riprende vari dettagli. Il particolare permette allo
spettatore di ricostruirsi il contesto della situazione e quindi di stare
vivo e “acceso”. Un altro elemento fondamentale nella mia
scrittura è il fumetto, letteratura disegnata o arte sequenziale
come viene definita.
Come è nato Scanna? Pensa che segni l’inizio
di una nuova fase della sua drammaturgia?
Ho scritto il testo di Scanna per il Premio Riccione per
il Teatro e ho pensato che fosse più facile vincere, piuttosto
che con un monologo, con una dimensione drammaturgica corale, a più
attori. Avevo ragione: avevo bisogno dei soldi del premio e li ho presi.
Si tratta comunque di una dimensione già presente in maggio ’43:
un grande romanzo corale, anche se in scena c’è una sola
voce, la mia, a dare carne e fiato a tutti i personaggi. Questa moltiplicazione
dei personaggi mi ha fatto capire come ogni persona battezzi il mondo
con parole diverse. Partendo da questo, ho fatto un lavoro “chirurgico”
di approfondimento psicologico e così sono arrivato a Scanna. Non
si tratta di un punto di non ritorno, ma in questo momento della mia vita
escludo di tornare a fare uno spettacolo di narrazione da solo in scena.
Ormai il teatro di narrazione è diventato un genere codificato,
emergono cliché. Gli stessi narratori rischiano di diventare “cantautori”.
La narrazione non ha più rischi, è facile e comoda al punto
tale che è ormai divenuta consolante, consolatoria e necessaria.
Ma il teatro non è un supermercato e non è neanche un tranquillante.
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