Queer (supplemento di Liberazione)

 

 

10 settembre 2006

Simone Soriani

La poesia del calciatore Rembò. A colloquio con Davide Enia

Davide Enia (Palermo 1974) è una delle voci più rappresentative del giovane teatro italiano: dopo gli assoli di affabulazione, Italia Brasile 3 a 2 (2002) e maggio ’43 (2004), con Scanna (2004) abbandona lo schema monologico a favore di una teatralità rappresentativa di impianto drammatico. Tra il dicembre 2005 ed il gennaio 2006, interpreta il racconto radiofonico Rembò, trasmesso da Radio2 e, nello scorso maggio, pubblicato a stampa per le edizioni della Fandango Libri.

Dal teatro alla radio, come ha inciso il cambiamento del medium sulla tua scrittura?
Innanzitutto alla radio quel gioco reiterativo che è necessario nel teatro, la ripetizione di formule ed epiteti come nell’epica, non funziona: in radio ciò che tu dici, proprio per la maggiore attenzione dell’ascoltatore, non ha bisogno della ripetizione. Quindi sei obbligato ad una necessaria economia di parole, cercando di raggiungere una concisione che sia essenziale ed al tempo stesso suggestiva. L’altro aspetto veramente preponderante è che la radio è probabilmente il mezzo tecnologico più invasivo che esista, perché lo si può ascoltare anche nei luoghi dell’intimità: al mattino in bagno o anche mentre stai facendo l’amore. Ne deriva una sorta di complicità tra chi parla e chi ascolta, al punto tale che Rembò è tutto costruito su di una comunicazione diretta tra l’Io della voce narrante ed il Tu dell’ascoltatore. In teatro il pubblico è un Voi, è un soggetto indistinto che comunque, di fronte a quell’esperienza condivisa che è lo spettacolo, si ritrova e riconosce tanto che, fin dai tempi del teatro greco, si parla di “catarsi” collettiva. In radio invece la fruizione è più personale e soggettiva.

Rembò si presenta come un’inchiesta pseudo-giornalistica su di un presunto calciatore prodigio, Rembò per l’appunto, le cui vicende sono modulate sulla biografia del poeta francese Arthur Rimbaud. Perché hai scelto di confrontarti, sebbene indirettamente, con la figura (e la leggenda) del poeta francese? Tanto più che mi sembra di poter individuare una sorta di corrispondenza spirituale, all’insegna di un oscuro “male di vivere” di baudeleriana memoria, tra Rimbaud e l’ “autoimmagine” (reale o ideale) che hai elaborato nel corso degli ultimi anni. Non è un caso che la dimensione ludica e comica – preponderante in Italia Brasile 3 a 2 – tenda ad affievolirsi nei tuoi lavori successivi…
Intanto non dichiarerò mai se il calciatore Rembò è storicamente esistito o se si tratta di una mia invenzione letteraria. Detto questo, riconosco che c’è una strana consonanza tra il poeta e il calciatore, probabilmente dettata dal fatto che entrambi erano dispensatori di bellezza ed ogni volta che la bellezza si affaccia davanti ai nostri occhi, compare l’angoscia. L’angoscia che comunque avverto anch’io e che percepivo già quando avevo 14-15 anni; ma nei miei lavori questo “male di vivere” cerca sempre di essere stemperato con l’ironia. Poi è vero che in Italia Brasile 3 a 2 si rideva molto di più rispetto agli spettacoli successivi, ma è pur vero che in quel mio primo monologo si raccontava di una vittoria, mentre gli altri miei lavori narrano di sconfitte esistenziali. A me piacerebbe far ridere di più, ma non riesco a trovare motivi d’ilarità come li trovavo all’inizio della mia scrittura: ecco perchè Rembò – allo stesso modo di maggio ’43 – ha una venatura malinconica ed ecco perchè Scanna è addirittura un lavoro senza possibilità di redenzione. Però il riso è presente in tutti i miei lavori: in fondo anche in Rembò c’è un personaggio potenzialmente comico come zio Serafino.

In Rembò l’inchiesta pseudo-giornalistica è per l’Io narrante l’occasione per compiere un viaggio a ritroso nella propria infanzia e per incontrare, nel ricordo, i propri familiari. Quanto c’è di realmente privato e personale in questo tuo ultimo lavoro? Tanto più che mi sembra che a proposito di quasi tutti i tuoi spettacoli si possa parlare di opere di “autofiction”, in cui cioè l’autobiografia si mischia e fonde con l’invenzione finzionale…
Preferisco sempre non parlare della mia autobiografia e di quanto delle mie reali esperienze personali è precipitato nel racconto. Però posso dirti che, se devo rivolgermi ad un Tu in carne ed ossa che gentilmente mi ascolta (in teatro o alla radio), è giusto che mi metta a nudo anche io e che metta in gioco quelli che sono i miei sentimenti, eventualmente svelando alcuni luoghi oscuri della mia stessa vita. Ma non sono d’accordo con l’idea dell’ “autofiction”, perché nella mia scrittura non importa se la lingua usata in scena è realmente il mio dialetto o se il protagonista delle vicende narrate sono veramente Io: si tratta di una costruzione drammaturgica e, in quanto tale, aperta a qualsiasi liceità. Certo, attingo dal mio bagaglio personale: dal mondo che attraverso, dagli affetti che ho e dalle persone di cui mi circondo, ma nel mio lavoro non c’è nessuna dimensione diaristica e nessuna volontà di auto-analisi.

In Rembò, come già in Italia Brasile 3 a 2, sei tornato a parlare del mondo del calcio. Che cosa rappresenta il gioco del pallone nella tua poetica e nel tuo sistema di valori? Il calcio, e la stessa mitologia calcistica che hai elaborato con i tuoi spettacoli, costituisce anche una sorta di minimo comun denominatore da cui trarre vicende e situazioni condivise con il pubblico…
Per me il calcio rappresenta, prima di tutto ed in maniera simbolica, quello che è il gioco e la possibilità di regressione ludica. Dare un calcio ad un pallone ti permette di dimenticare per un attimo un cruccio o una sofferenza. E poi, personalmente, devo dire che giocare a calcio, rincorrere il pallone, mi fa sentire vivo allo stesso modo di un buon piatto al nero di seppia o una carezza sulla schiena o una canzone di David Bowie. Quanto all’idea del minimo comun denominatore, col senno di poi posso anche essere d’accordo con quanto dici. Però bisogna riconoscere che prima di Italia Brasile 3 a 2 non esisteva alcuno spettacolo che parlasse di calcio, almeno non con l’impatto che ha avuto il mio lavoro: questo è stato un salto nel buio, così come è stata un’operazione rischiosa quella di scrivere ed interpretare per la radio un’inchiesta su di un calciatore. Del resto, se devo guardare retrospettivamente al mio percorso, devo ammettere di aver sempre “sperimentato”, ogni volta evitando di ripetermi: dopo Italia Brasile 3 a 2 ho portato in scena uno spettacolo diversissimo come maggio ’43, con Scanna ho ribaltato tutto e sono ripartito da zero e, infine, c’è stato il passaggio al linguaggio radiofonico con Rembò. Ma io se non rischio, mi annoio: se si conosce già il risultato finale, non ha neanche senso giocare la partita. In fondo, quanto più basso e rovinoso è il crollo che si rischia, maggiore è la possibilità di slancio e di volo.

 



 
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