La Repubblica

 

 

Roma, 21 ottobre 2007

Rodolfo Di Gianmarco

 

Da martedì 23 al Piccolo Eliseo Patroni Griffi l’opera scritta e recitata dal 33enne regista e attore palermitano

Le Storie dell’Infanzia
In scena Davide Enia
“Tutte le scoperte dei tredicenni

Il teatro adotta una forma ciclica, si riconcilia col passato di un’epoca strana della gioventù, utilizza un linguaggio che ha suoni remoti, mescola parole, ritmi, musica, luci, e ombre. Il teatro, allora, s’annuncia come I capitoli dell’infanzia scritti, diretti e detti da Davide Enia, palermitano 33enne ormai quotato, che debutta con questa saga martedì 23 al Piccolo Eliseo Patroni Griffi, con suoni dal vivo di Giulio Barocchieri e Rosario Punzo, presentando la prima settimana Capitolo 1: Antonuccio si masturba e la seconda settimana Capitolo 2: Piccoli gesti inutili che salvano la vita, e alternando poi i due lavori di sette giorni in sette giorni.

Pare che la formula contempli un ritratto di tre fratelli ragazzi palermitani, ma lei, Enia, procede creando a vista. Che caratteri vengono fuori?

“Io inizio con Antonuccio, il fratello mediano, tredicenne, una creatura di cristallo, di indole purissima, di sincerità disarmante, uno capace di ruggiti vitali e di luminosità negli occhi.
Nel capitolo successivo, anziché trattare gli altri fratelli, parlo di Carmelo, figura legata in modo indiretto alla prima parte. Un ragazzo come Carmelo m’aiuta a raccontare meglio i sentimenti, incarna la perdita delle prerogative di Antonuccio, per il solo fatto che, si scoprirà, ha un anno in più. I personaggi prendono spazio per fatalità”.

E come si manifesta questo salto, questa differenza?

“Antonuccio ha tanta luce addosso, mentre il buio è la costante di Carmelo. Antonuccio vive e attraversa le proprie storie, e Carmelo invece le racconta, il reale con lui si trasforma in narrazione”.

Quale Palermo fa da sfondo a questi percorsi?

“Non vorrei apparire elegiaco, ma in questi ultimi anni Palermo più che un luogo fisico sembra un luogo dell’anima. Veniamo fuori dallo schifo degli anni ’80, e da un’ammazzatina al giorno culminata con lo stragismo del ’92, ma poi siamo esplosi culturalmente, sono venuti fuori i talenti teatrali, musicali e artistici, e c’è apertura verso l’oltanza, il mito, in una terra che per vocazione è epica”.

Quanto c’è di suo, di autobiografico, in questa ricerca sugli anni della crescita?

“Di mio c’è il mdo che avevo di osservare il mondo, di aggredirlo per non rimanere ferito, le scoperte della sessualità, il giudizio nello scegliersi un amico o una ragazza. E di mio c’è un nucleo, me compreso, di quattro fratelli maschi, con un forte legame tra noi”.

Che giudizio ha di sé?

Mi considero un autore che cerca di creare con l’atto scenico una verità emotiva”.

Recita sempre in palermitano?

“Più che altro penso in palermitano. E’ una categoria del pensiero”.

 

 



 
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