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| La Repubblica
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19 ottobre 2006 Simona Spaventa Il giovane talento del teatro di narrazione presenta "maggio '43" e il work in progress "studio #1" DAVIDE ENIA DAI“CUNTI”
AI CANTI Con i suoi “cunti” che raccontano una Palermo
mitica, quella delle macerie della seconda guerra mondiale, ma anche quella
delle emozioni del calcio, ha vinto tutti i premi. Eppure a Davide Enia,
palermitano classe 1974, la definizione di nuovo talento del teatro di
narrazione sta stretta e, da spirito inquieto qual è, continua
a cercare nuovi mezzi d’espressione. Enia, ci dica qualcosa di questo nuovo lavoro… “Abbiamo messo insieme quattro ore di materiale, parole e canto. Una cosa amplissima, irrappresentabile, e ancora non so se tutto questo diventerà uno spettacolo. In questa prima fase c’è la storia di un ragazzino di tredici anni che scopre le pulsioni sessuali. Il titolo potrebbe essere: “I capitoli dell’infanzia. Parte prima. Antonuccio si masturba”. E ci sono i suoi due fratelli, e Palermo, il mare, i pescatori, un pesce squalo: l’idea è quella di raccontare un mondo intero”. Lei ha definito studio #1 un “musical”. “In questo lavoro io e il mio chitarrista, Giulio Brocchieri, cantiamo e suoniamo molto. Ci sono i canti dei pescatori che ho raccolto e registrato a Diamante, in Calabria, e poi miserere, canti di morte popolari. Alcuni riadattati, altri scritti ex novo da noi. Per ora lavoriamo su variazioni, improvvisazioni un po’ come nel jazz, ogni sera potrebbe venire fuori qualcosa di diverso”. Perché il canto la affascina tanto? "La radio mi ha insegnato che un testo può
avere sentimenti diversi a seconda di come lo “vesti”, se
dopo ci metti il pianoforte di Glenn Gould o una canzonetta. Con il canto
spostiamo in avanti la narrazione pura, che era un po’ quello che
avevo iniziato a fare con maggio ’43, dove c’è un ragazzino
che dà voce a tanti personaggi, ci sono filastrocche, e ora ci
ho aggiunto tre canti a cappella. Certo, il canto è una bestia
durissima, è difficile, devi sentirlo vibrare nel tuo corpo, ma
nel momento in cui inizi a cantare quello che fai si trasforma, non è
più solo narrazione, diventa concerto, rito. E’ memoria ancestrale
che ti porta da un’altra parte".
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