La Repubblica

 

 

 

Palermo, 7 gennaio 2006

Claudia Brunetto

 

Dopo “Italia-Brasile 3-2”, l’attore torna trattare il tema del calcio. Un pretesto per parlare della sua città

REMBO’, FUORICLASSE PALERMITANO

Enia racconta alla radio una storia di talento bruciato

 

Chi era o, meglio, chi sarebbe Rembò?

Nasce a Palermo e nonostante sia una grande promessa del calcio, a soli 19 anni smette di giocare. Un calciatore fenomenale, con il suo gioco esprime il profondo sentimento del calcio che per i palermitani è attaccamento, amore e orgoglio per la propria terra. Figlio di questa città, racconta per prima cosa l’amore per qualcosa che non c’è più: il gioco del calcio. Rembò è la magnifica ostentazione di un talento bruciato, ma non sappiamo come siano andate veramente le cose. Che sia esistito oppure no poco importa, non mi interessa perché non sono un biografo o un documentarista. Per me Rembò è esattamente quello che si racconta nella trasmissione, quel gioco di specchi che si accavallano l’uno sull’altro, quel sentimento del dubbio che appartiene a tutti”.

Perché sempre il calcio nel suo lavoro?

“Io vengo dal calcio, giocavo da bambino per le strade. Sono abbonato alle partite del Palermo e porto sempre in tournèe le scarpe da calcio; dopo lo spettacolo chiedo se c’è la possibilità di giocare da qualche parte. Amo il calcio e penso che il mio lavoro sia fatto di variazioni su un unico tema”.

A cosa si è ispirato per raccontare questa storia?

Alla mia passione per il calcio, alla mia biografia e ai miei ricordi che metto sempre in discussione, perché non so mai qual è la verità. Quando ho scritto Rembò pensavo come sempre a Palermo e al calcio, senza nessuna pretesa di universalità; la mia urgenza era parlare del pallone, del viaggio e della scomparsa. Non ci sono fonti storiche a cui mi sono ispirato, non è mai stato scritto nulla su Rembò, abbiamo fatto interviste per la strada e abbiamo ascoltato voci di alcuni giornalisti radiofonici, testimonianze sul modo di giocare di Rembò e non sulla sua vita.

Qual è la Palermo che racconta in “Rembò”?

Racconto un luogo dell’anima, uno spazio simbolico che riesce a esprimere le contraddizioni che stiamo vivendo. Palermo non ha vergogna: o ti nausea o ti fa innamorare, non ci sono vie di mezzo. L’apertura imponente del mare ti costringe a pensare a quello che stiamo attraversando in questo momento. Aristocrazia del passato e vittimismo del presente”.

“Rembò”, nato per la radio, potrebbe calcare le scene di un teatro?

“Dovrebbe essere scarnificato e ripensato, ma per il momento non mi interessa, sta in piedi così com’è. La radio lavora direttamente sull’organo per eccellenza dell’immaginazione che è l’orecchio, crea un rapporto di confidenza con lo spettatore, quel “tu ed io” difficile da trovare in teatro. Ho imparato a scrivere per la radio perché arriva nell’intimo delle singole persone”.

Il calcio, Palermo e Rembò: cosa li accomuna?

“Il calcio è il gioco della mia infanzia, Palermo la mia città e Rembò il mio lavoro. Cose semplici ed essenziali e soprattutto pretesti narrativi soggettivi e per questo assolutamente poetici”

 

 

  Rembò  
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