l'Unità

 

 

 


Rossella Battisti - 26 aprile 2006

Nonno, raccontami di quelle bombe

Un tornado. Davide Enia ti precipita addosso con l’urgenza di un fenomeno meteorologico. Inarrestabile, impetuoso, tutto lampi saette e provocazioni. Uno che crea il teatro con le stesse passioni, vedi il prepotente Italia-Brasile 3 a 2 che prende spunto dal suo amore per il calcio (è uno sfegatato tifoso del Palermo e non perde occasione per sbandierarlo in scena) e che lo ha rivelato come un talento sbocciato all’improvviso. In realtà, al teatro ci è arrivato di sbieco, per caso come spesso succede: un giovane amore con un’attrice e la folgorazione arrivata in platea vedendo un paio di spettacoli di Peter Brook e di Kantor. “Ci sono delle cose che ti spalancano porte su sterminati palazzi” dice Davide, che si butta a fare laboratori con Danio Manfredini, lavora da “carbonaro” della scena in un centro sociale occupato, condividendo gli spazi con altri artisti in ebollizione, come Emma Dante. Debutta poi con un’Orfeo ed Euridice rivisitando il mito con leggende siciliane e su questa scia personalissima tra recupero di oralità, dialetto, radici e passioni mette a segno due gol formidabili, il primo con la parabola di sport e vita di Italia-Brasile, appunto, l’altro con maggio ’43, mentre con Scanna prende anche un “Ubu” per la ricerca sul dialetto. Subito amato e vezzeggiato da critica e pubblico, ma senza perdere un’oncia di quel vetriolesco mood che lo contraddistingue: lo considerano tra i migliori emergenti del teatro di narrazione? E lui: “ Sono convinto che il teatro di narrazione sia morto e finito”. Lo trovano un mattatore del palcoscenico? Precisa: “ Ho cominciato a fare teatro così perché mi sono chiesto: dove trovare una persona con i miei orari per provare? Io. Andiamo alle prove? Sì. Sempre pronto, sempre d’accordo. Così si abbattono i costi”. Davide è fatto così. Talento e inquietudine. Parole e frecciate. Generazione settanta, anni di piombo, uno smalto difficile da togliersi di dosso. Ruvido anche quando parla di cartoon, citando l’”immortale” Pazienza (Andrea) o il groovy Leo Ortolani di Ratman. “Io il contemporaneo lo cerco qui – spiega – o nella curva sud allo stadio”.
Si vede, si vede. I suoi affreschi di parole e visioni sono visioni da cartoon estremo, hanno il passo danzante di un volteggio di Falcao pronto a portare la palla in rete agile e velenoso. Eppure, vi batte un cuore antico che viene dalla tradizione, dal pulsare ritmato del “cunto”, dalla passione tragica e calda della Sicilia, improvvisamente resa dolce come un cannolo ricotta e canditi. Anche quand parla di guerra, di bombardamento, di borsa nera e di squadristi in maggio ’43. Anche in questo inferno, visto e raccontato da un bambino, Gioacchino, c’è posto per una filastrocca, un orlo d’argento che corre intorno al baratro, un arcobaleno nel cielo adirato della vita.

Parliamo di “maggio ‘43”: come è nato questo spettacolo?

Intanto perché fare l’attore è un lavoro e io faccio questo mestiere per mangiare. Questa professione ha delle regole, degli obblighi interni, è assolutamente pazzesca la dimensione monastica dell’attore. L’aspetto, chiamiamolo, nutrizionale è fondamentale, non sono stato fulminato sulla via di Damasco dall’idea di questo spettacolo. Poi, c’è il fatto di vivere a Palermo. Abitando qui e attraversando la città, continuavo a vedere i resti ostentati di quel bombardamento, come un’ossessione simbolica di crollo continuo. Vengono così le prime domande, chiedo ai miei parenti di raccontare quel periodo extra-ordinario. E infine lo trasformo in spettacolo, con grande rigore.

La guerra vista attraverso gli occhi di un bambino, questa la chiave di lettura principale.
E le altre?


Per me ci sono diversi livelli di guerra, e il fatto che questo racconto del ’43 possa in qualche modo essere fatto oggi sta a dimostrarne l’intercambiabilità: chiamiamo guerra le stesse soperchierie e sopraffazioni che viviamo adesso. Allora erano le bombe che cadevano dall’alto e lo strozzinaggio della borsa nera, oggi il precariato, le morti bianche, lo stipendio che non basta ad arrivare alla fine del mese. E’ una guerra che arriva in modo più sottile, ma forse è anche più pericolosa. A me sembra un miracolo uscire illeso ogni giorno da questo macello, da questo tritacarne in cui siamo lanciati.

Qual è l’ottavo peccato capitale dell’umanità?

L’ignoranza, che poi significa indifferenza, voltarsi dall’altra parte. Se compro un paio di scarpe perché non devo sapere come sono state fatte? Hanno sfruttato lavoranti al nero? O dei bambini? Io mi devo informare su ciò che mangio o ciò che consumo, poi scelgo di fare quello che voglio. E’ questa totale assenza d’informazione, questa monolitica versione della realtà – che quindi non può essere veritiera né fedele – che contesto. L’ottavo peccato, preciso meglio, è la volontà di rimanere ignoranti.
Il teatro aiuta a maturare consapevolezza?

Come dice Rodrigo Garcia che importa del teatro quando due terzi del mondo muoiono di fame? Comunque, il teatro deve porre dei dubbi. Per questo i classici sono tali in quanto eterni, perché pongono le domande che da sempre l’essere umano si ritrova davanti. La moltiplicazione infinita del chiedersi perché sono infelice, cercare una cicatrice a questa ferita sempre aperta. Per questo andiamo a teatro, dove si cerca di arrivare a una rotondità, a una giustezza delle parole. A una giustificazione estetica del mondo. Del resto, non copuliamo con tutte le persone, le scegliamo. Non divoriamo carne sanguinante, la cuociamo in un certo modo. E’ il tentativo di chiudere quel quadrato, provare a trovare una felicità individuale all’interno di quel dolore collettivo.

Lo diceva anche Calvino: cercare nell’inferno ciò che non è inferno. E dargli spazio. Ma è dal 2004 che tu non fai più spettacoli…

Non riesco a riconciliarmi con il mondo del teatro, con questa situazione al collasso, dove le paghe sono vergognose e almeno tre generazioni sono state scavalcate da chi gestisce gli stabili e il potere, sempre gli stessi, ormai decrepiti. Come succede nella politica e in tutti gli altri settori che contano. Questo è un paese di vecchi, senza nessun tipo di prospettiva per i giovani. Dove non puoi dosare le energie perché non sai dove stai andando. E’ quello che succedeva nel ’43.

Non essere catastrofico! In fondo, continui a girare in tournèe con “Italia-Brasile” e “maggio ‘43”. I tuoi testi sono stati tradotti in cinque lingue e vengono rappresentati in tutta Europa. E adesso a maggio esce per i tipi della Fandango “Rembò”, il libro che colleziona i quindici racconti che hai curato per Radiodue…

Continuo a fare teatro perché nella sua inutilità economica è nascosto il profondo senso della vita e del divertimento, come fare un gol con la rovesciata alla brasiliana…

Possibile che nessun progettino faccia un dribbling nel tuo cuore?

Un micro-musical alla Davide Enia. Una sorta di piccola liturgia sporca e cattiva che vorrei portare avanti con i miei fedelissimi, Luca Marengo, il mio insostituibile organizzatore, e il mio chitarrista, Giulio Barocchieri.

  maggio '43  
© SANTO ROCCO e GARRINCHA - 2003-2006