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Fiorella Taddeo - 13 novembre 2005

in “Scanna”, il nuovo spettacolo di Davide Enia, in scena al Teatro Nuovo fino al 20 novembre, non ci sono punti di riferimento temporali, né geografici che permettano di orientarsi in una precisa epoca storica o in un particolare avvenimento. L’unico dato certo è la guerra, e neanche quella si “vede”, ma si “sente”, affiora non solo dalle parole dei personaggi, mq soprattutto dai loro sguardi, dalle loro tensioni, dal nervosismo dilagante. L’opera, la prima che Enia non struttura in forma di monologo ma come uno spettacolo a più voci, è tutta ambientata in un rifugio antiaereo, dove è raccolta una famiglia come tante, divisa e sofferente tra l’attesa di un padre che non arriverà mai, e rapporti interpersonali fortemente segnati dalla disperazione della condizione vissuta. Ci sono regole da rispettare, segreti familiari che scottano, e bambini che sanno esattamente impugnare una pistola e conoscono il decalogo da seguire per uccidere.
La messinscena ruota essenzialmente attorno al rapporto conflittuale tra due fratelli ( Ugo Giacomazzi e Paolo Mazzarelli), l’uno l’opposto dell’altro, ma accomunati dallo stesso desiderio di prevalere sull’altro, di avere in mano le redini della sgangherata famiglia. La scenografia è semplice, e si associa idealmente all’uso del dialetto palermitano nei dialoghi, scelta che offre una essenza particolare all’intera messinscena: si è in questo modo più vicini alla realtà, percependola così in modo viscerale e profondo. Ma se questo tocco di realismo colpisce e segna come un pugno allo stomaco, molto si deve anche a varie trovate sceniche di resa molto suggestiva, che permettono di astrarsi dalla realtà appunto, raggiungendo sublimi spazi di poesia. E’ il momento, per esempio, in cui i vari “picciriddi” iniziano a giocare, trasformandosi in raggianti pavoni, avvolti in bolle di sapone, regalando alla scena un’atmosfera soffusa e indefinita. Come accade, anche, quando il nnno (Giorgio Li Bassi) miracolosamente si alza dalla sua sedia a rotelle per parlare della sua famiglia, descrivendo i vari componenti.
Ma è tuttavia la violenza, così bene riportata dallo stesso titolo dello spettacolo(scannare è in palermitano uccidere tagliando la canna della gola), a permeare l’intera vicenda: la violenza di una guerra senza nome, la violenza di codici comportamentali criminosi, la violenza che, ahimè, può svilupparsi anche tra chi è sangue dello stesso sangue. E non ci sono vie di mezzo, non sembra esistere, in una condizione disperata come quella vissuta dai personaggi, na terza via di conciliazione tra la vita e la morte, tra la poesia e la più cruda realtà. Come in una tragedia classica, si arriverà a toccare il fondo, buio, profondo, senza speranza. Ma forse è proprio raggiungendo questa impasse, imbattendosi in questa strada senza uscita, che è possibile rialzare il capo e aprire lo sguardo a nuove prospettive.
La vicenda messa in scena da Enia graffia in modo incisivo, fa male perché fa pensare ad un dolore senza vie di scampo, come il grido sofferto e disperato del bambino che accompagna il finale dello spettacolo. Applausi agli attori Valentina Apollone, Luigi Di Gangi, Alessio Di Modica, Katia Gargano, Carmen Panarello e Antonio Puccia.

 

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