Davide Enia: tra memoria e racconto,
per non dimenticare
Palermitano, giovane (classe ’74) e straordinario
narratore: Davide Enia rappresenta oggi, nel panorama italiano, una
delle rivelazioni teatrali più interessanti.
Dopo Italia - Brasile 3 a 2, un divertente e multilinguistico monologo
che analizzava il mondo del calcio attraverso la "tecnica del cunto",
ha scritto e portato in scena "Maggio ‘43". Opera presentata
al teatro Garibaldi di Palermo (per il secondo anno), con alle spalle
più di ottanta date (in tutta Italia), e diversi riconoscimenti,
che espone la tragica storia del bombardamento americano che distrusse
Palermo, per l’appunto, nel maggio '43.
Enia - attore ed autore – (foto a sn.), attraverso gli occhi magici
e visionari di un ragazzino, con il contrappunto musicale di Giuglio
Barrocchieri, "cunta" in dialetto palermitano, con magnifica
drammaturgia.
Incuriositi, lo abbiamo cercato, gli abbiamo posto alcune domande.
- Davide, Come e quando ti sei avvicinato al Teatro?
Quale il tuo percorso formativo?
Il mio non è stato un percorso formativo ‘istituzionale’.
Non ho avuto nessuna folgorazione come san Paolo sulla via di Damasco.
Non ho avuto una vocazione ossessiva ed estenuante che rendesse un sogno
da raggiungere il mondo del teatro. Non ho frequentato nessuna scuola
per attori. Ho iniziato a provare da solo, in principio a casa mia,
poi dal mio amico Fateh nel ristorante italopalestinese ‘falestin’
che ora non c'è più. È stato semplicemente scegliersi
un mestiere per nutrire lo stomaco ed avere il culo di riuscirci. Nulla
di più, nulla di meno.
- Che ci dici della scrittura, soprattutto quella teatrale?
La scrittura teatrale ha connaturata una peculiarità che la rende
assai particolare: è una scrittura che deve aprire all'azione,
sono parole quelle di un copione che devono essere spese da un corpo
sulla scena, e sono altresì parole che hanno l'urgenza di farlo
vivere quel corpo, fino a modificare gesti e toni di chi quel personaggio
incarna. Sono parole, quelle scritte per il teatro, che devono suggerire
all'interprete un ritmo ed un suono che le renda credibili e necessarie.
Le parole devono accendere il corpo degli interpreti, e fargli scorrere
la vita fin sui polpastrelli delle dita, sulla arcata delle ciglia,
... Sono parole scritte per generare azioni, ed in quanto tali non sono
mai definitive.
Anzi, proprio lavorando su un testo si scopre quanto precaria sia la
giustezza di uno scritto, e quanto in realtà sia interessante
un continuo cesellare per anelare ad una completezza e compattezza che
sfugge di continuo ma non per questo non si deve ricercare. Ma non esiste
né esisterà mai un testo perfetto, non esistendo infatti
la perfezione, ma soltanto la tensione verso essa. La scrittura teatrale
ha proprio questo di intrigante. Le più belle parole che hai
mai scritto se non funzionano in scena sono da buttare via. Fa bene
all'orgoglio scoprire che hai lavorato tanto ma alla fine quanto si
inscenava era estremamente debole. Parole sbagliate, presuntuose e vacue.
Proprio perché devono essere necessarie, le parole non vanno
tenute in gran conto. Proprio perché vitali vanno disprezzate,
insultate e calpestate. Proprio perché tendono all'unicità,
in teatro le parole recuperano la loro vera e propria essenza: sono
suono, ritmo e, a volte, senso compiuto. Servono a qualcosa? Chiaramente
no, sono parole: a niente servono. Possono trasformarsi e diventare
altro, appartenere per esempio a chi le ascolta, ma questo è
un passo diverso rispetto al puro atto di composizione, e secondo me
l'autore non lo deve mai compiere.
- I tuoi sono racconti scomposti, rielaborati, testimonianza e ricordo
di parenti: ci dici qualcosa in più? Un'opera che nasce dal "rumore"
dellaguerra?
La guerra è la vera sorella dell'umanità. (la foto è
tratta dallo spettacolo "Maggio ‘43") È instillata
nel percorso di ogni esistenza, e ne segna marcatamente traiettorie
e conclusioni. Ci sono attive, a tutt’oggi, più di 50 guerre
in tutto il mondo. Per non parlare poi di forme di guerra più
sottili, ma non per queste meno pericolose: le morti bianche sul posto
di lavoro, l'eroina di stato nei quartieri, la nuova tratta degli schiavi,
i licenziamenti e l'inflazione insieme al caro vita che aumenta.
Io non racconto soltanto una guerra lontana, non racconto semplicemente
un fatto avvenuto 61 anni fa. Le macerie di quei bombardamenti sono
ancora qua a Palermo, visibili ad ognuno. Il crollo delle utopie ha
partorito una cancrena che infetta ed è presente: è delittuoso
girarsi dall'altra parte. Io racconto quanto tuttora sta accadendo,
e continua a succedere in questa realtà cattiva e furiosa che
abitiamo, e che si spiega con un solo semplice termine: guerra.
- Dalla narrazione e dai frammenti di memoria l’elaborazione drammaturgica:
quanto e perché è importante per un attore - soprattutto
per un autore - la memoria storica?
La memoria storica è un tentativo di trovare risposte a domande
riguardanti un presente insensato e sporco. È un atto, quello
del recupero, sicuramente inutile, come ogni atto dell'umanità,
ma che possiede almeno la decenza di ribadire che dietro ogni azione
c'è una scelta, ed è in quella scelta che un uomo si distingue
dall'essere una ‘bestia’. Non serve davvero ad altro perché,
come sempre, la memoria si perde e si slabbra, le vene continuano ad
urlare e le bombe continuano a cadere.