La Repubblica

 

 

Milano, 20 gennaio 2006

 

Ugo Volli

“SCANNA” di Davide Enia al Leonardo racconta la violenza fratricida

Odio, litigi e tanta rabbia quante emozioni in famiglia

Nove persone stanno rinchiuse in uno stanzone, definito “rifugio”. Sono parenti, il nonno, tre giovani, de mogli e tre nipotini. Il padre dei giovani è fuori, impegnato in una missione, sembra un attentato. Fra i giovani si scatena così una lotta per potere. Uno, il solo senza donna, fa il gradasso, mette in fila gli altri, chiede loro di recitare le “regole” del rifugio. Un altro ha una pistola e a un certo punto gliela cede. Con quella pistola un capo autonominato ucciderà suo fratello alla fine. Comprendiamo che fuori c’è una guerra, ma anche nel rifugio c’è una guerra, la più elementare e distruttiva di tutte, quella in famiglia. L’antropologia della famiglia ha tratti siciliani (si parla in dialetto palermitano), ma il pensiero va inevitabilmente al Medio Oriente, al fanatismo che rende così sanguinosi e insolubili i conflitti di quella regione, dall’Algeria, al Pakistan, all’Iraq, alla Palestina: le donne hanno paura, gli uomini si affrontano con una specie di follia orgogliosa, manca qualunque volontà di compromesso, la vita è vissuta come un destino ineludibile, perdere la faccia è peggio che perdere la vita. In Scanna la pièce scritta e diretta dal giovane Davide Enia che ha vinto il Premio Tondelli 2003 ed è arrivata a Milano sull’onda di grandi apprezzamenti, c’è anche spazio per il gioco dei bambini (ma i maschietti non fanno altro che azzuffarsi pure loro) e per qualche gesto d’affetto (da parte delle donne), ma la sostanza è la guerra di famiglia. Nove attori, una gestualità molto intensa e forte, un registro melò solo all’apparenza realistico, in realtà quasi burattinesco: l’ora di spettacolo è intensa, spesso emozionante, talvolta enigmatica. I precedenti drammatturgici sono chiari, si pensa al Beckett di Finale di partita o al Pinter del Calapranzi, ma quello che colpisce non è il conflitto fra i fratelli, l’insofferenza per la reclusione, ma l’intreccio fra corpi e lingua, quella barbarie vissuta con la massima violenza di parole e di muscoli tesi, la rabbia irrimediabile degli sguardi e dei pensieri.

 

 



 

 

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