Roma

 

 

Gabo - 16 novembre 2005

 

Al "Nuovo" guerra familiare in un rifugio antiaereo

Libertà negata, non solo quella reale, che ci è negata dalla nascita, ma anche il diritto ad inseguirla. Il regime di terrore che “scanna” corpo e anima. “Scanna”, in scena al Teatro Nuovo fino a domenica, è uno scorrere di immagini d’insieme, in cui l’insieme di personaggi non è più collettivo, ma uno scontro caotico di solitudini reciproche. Una famiglia palermitana è chiusa in un rifugio antiaereo, in attesa che passi una guerra che invade un presente eterno, senza connotazioni storiche eppure sempre vero.
“E’ un graffio, una carezza e uno sputo”, scrive Davide Enia nelle sue note di regia. E’ guerra nel microcosmo familiare e nel macrocosmo storico. E in guerra “le regule so regule”, anche se “li picciriddi vulissero giocare”, e i vecchio, su una sedia a rotelle, stanco e profeta, candido e consumato, non smette di giocare. Ma il gioco stesso si trasforma,: da evasione necessaria a sfogo di violenza accumulata in fondo ai gesti. Il bacio: un tabù. Lo schiaffo: una legge. L’insulto: la parola. Il pianto: grido soffocato. Anche “li picciriddi”, i bambini di famiglia, diventano inabili alla poesia, scannati come sono dalla tirannia reciproca esercitata dai “grandi”. Il regista e autore di “Scanna”, Davide Enia, ha messo in scena la sanguigna visceralità siciliana attraverso l’uso esclusivo del dialetto palermitano, con assonanze-dissonanze di un teatro che è sì teatro di parola, ma intesa, quest’ultima, come suono che proviene dalla gola, mosso dal respiro, agitato dal movimento incessante e turbinoso di una metaforica collettività che scoppia.
Metafirica, eppure così corporea, tangibile: fatta di fronti perlate dal sudore e corpi trasformati in un’attesa che umilia, madri che somigliano a penelopi moderne della prigionia e “cunti” che non si potrebbero “cuntare”, nonno, figli, uno zio seduto alla scrivania che “pulizìa” la pistola e insegna ad uccidere.
Il testo, che ha già conseguito il “Premio Pier Vittorio Tondelli 2003”, è un ritorno alla lingua originaria, al quadro d’insieme. Se con “Mpalermu” di Emma Dante, che presenta analogie notevoli con la pièce di Enia, si partiva dalla psicologia, qui la trama- un filo sottilissimo- è “accecata” dalla luce di una fisicità esasperata ed esasperante, che corrisponde alla ragione più profonda della necessità soffocata di “respirare”. “M’ammanca ‘u ciato!”, grida il nonno, profeta che conosce a fondo la violenza e osserva nella sua salute malferma e continua a ridere con i bambini beffardi che tentano di salvarsi giocando. Pochi espedienti, tutto corpo. “Violenza e poesia: altro, non esiste”, volendo rubare ancora una nota di regia ad Enia, che con i suoi “cunti”- prima unicamente monologhi- ha vinto anche il premio nazionale di drammaturgia “Riccione per il Teatro” e il “Premio Speciale UBU”.
In “Scanna”, i percorsi paralleli dei personaggi sono, in fondo, “cunti” deliranti che scheggiano via dal presente per incontrarsi nuovamente in esso, carichi di violenza concreta. Le parole messe in bocca ai personaggi sono figlie di immagini e suggestioni reali: i “picciriddi” ballano con bolle di sapone fragili, diventano pavoni, recitano poesie inventate, s’inventano- tentativo disperato- gli antidoti comici e poetici ad una realtà malata.



 

 

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