Spettacolo & Cultura

 

Maria Teresa Indellicati - 19 gennaio 2004

Il teatro dell'orecchio
Davide Enia, "palermitano pervicace"

Oggi, Davide enia, presenta in prima nazionale con il suo chitarrista Giuglio Barrocchieri, il nuovo lavoro "maggio 43", prodotto da Accademia Perduta / Romagna Teatri. Presentato in forma di studio l'estate scorsa, maggio 43', ovvero la guerra, la carestia, i bombardamenti e l'arte di sopravvivere..il tutto attraverso gli occhi di un bambino di dodici anni.
Rispetto ad Italia - brasile 3 a 2 , però il ricordo è recuperato, non direttamente vissuto...
"Solo in un certo senso. In quel periodo morì moltissima gente per restituirci la libertà, ma anche oggi c'è una guerra più strisciante: i 3000 morti all'anno sul lavoro, l'anestesia delle coscienze, l'appiattimento delle diversità... con tutto il rispetto che nutro per le vittime di allora, vedo comunque delle somiglianze. E poi ce da parte mia la volontà di recuperare la memoria dei nonni, dei parenti che mi raccontavano della scaltrezza e della tenacia che occorrevano per sopravvivere. ma ce un'altra componente ancora che rende "miei" quei ricordi: Palermo, che ha il centro storico più grande d'Europa, ancora porta i segni dei bombardamenti. E lì ho passato tutta l'infanzia e mi sono creato un'architettura mitica, nata ed incarnata da quei luoghi, non un ricordo elegiaco, perchè di elegiaco non avevano nulla, ma una presenza con cui non ho potuto non fare i conti"
Anche per questo l'infanzia è Humus del tuo spettacolo?
"Si, ma non un'infanzia idealizzata: io parto dai miei dodici anni, un periodo di ansia, carico anche di violenza, della necessità di affermarti, ma in cui si ha una purezza totale dello sguardo, svincolato da ogni forma di giudizio. Nella drammaturgia che creo questo emerge con particolare evidenza, nel momento in cui quel bambino non giudica quanto sta avvenendo, ma sa solo vedere la spettacolarità di un bombardamento, del crollo di una facciata di un palazzo... tutte cose che non ha mai visto".
Ma l'assenza del giudizio non è una rinuncia dell'autore al suo ruolo?
"
Assolutamente no. lo spettacolo si interrompe con il bambino che finalmente recita sulla tomba del fratello la filastrocca che ha inutilemnte tentato di ricordare per tutto lo spettacolo. Poi, che la volgiamo chiamare storia di formazione o metafora... le soluzioni sono diverse, ma la narrazione non può imporne una: è lo spettatore che la assorbe a seconda della propria esperienza. e l'autore appare proprio nell'apparente mancanza di presa di posizione".
In che misura il tuo essere siciliano influenza la tua drammaturgia?
"Sono palermitano in maniera pervicace e Palermo, bellissima puttana in ginocchio, è la città in cui mi sono formato visivamente. E' un luogo che ti conquista e ti ammalia in un lago di sangue, ti fa capire la convivenza delle diversità nei tratti somatici degli abitanti, nei paesaggi...e non ammette tentennamenti,per questo la vedo rappresentare perfettamente la contemporaneità. Poi di palermo uso non tanto il dialetto quanto la base ritmica della sua parlata, quella che possiede il significato, il suono che accarezza e taglia allo stesso tempo, permette accelerazioni e rallentamenti".
Ma, secondo te, perchè il teatro di narrazione vive una stagione così felice nel nostro paese?
"E' la forma più antica di teatro mentre oggi c'è una tale invadenza dell'immagine che si sono creati squilibri nella percezione stessa della realtà: ma è l'orecchio l'organo dell'immaginazione, la sede dell'equilibrio e ascoltare vuole dire immaginare ed entrare dentro di sé, per capirsi, per recuperare valori che si intuiscono predominanti, in questo mondo di guerra in cui viviamo..."


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