Oggi, Davide enia, presenta in prima nazionale con il suo chitarrista
Giuglio Barrocchieri, il nuovo lavoro "maggio 43", prodotto
da Accademia Perduta / Romagna Teatri. Presentato in forma di studio
l'estate scorsa, maggio 43', ovvero la guerra, la carestia, i bombardamenti
e l'arte di sopravvivere..il tutto attraverso gli occhi di un bambino
di dodici anni.
Rispetto ad Italia - brasile 3 a 2 , però il ricordo
è recuperato, non direttamente vissuto...
"Solo in un certo senso. In quel periodo morì moltissima
gente per restituirci la libertà, ma anche oggi c'è una
guerra più strisciante: i 3000 morti all'anno sul lavoro, l'anestesia
delle coscienze, l'appiattimento delle diversità... con tutto
il rispetto che nutro per le vittime di allora, vedo comunque delle
somiglianze. E poi ce da parte mia la volontà di recuperare la
memoria dei nonni, dei parenti che mi raccontavano della scaltrezza
e della tenacia che occorrevano per sopravvivere. ma ce un'altra componente
ancora che rende "miei" quei ricordi: Palermo, che ha il centro
storico più grande d'Europa, ancora porta i segni dei bombardamenti.
E lì ho passato tutta l'infanzia e mi sono creato un'architettura
mitica, nata ed incarnata da quei luoghi, non un ricordo elegiaco, perchè
di elegiaco non avevano nulla, ma una presenza con cui non ho potuto
non fare i conti"
Anche per questo l'infanzia è Humus del tuo spettacolo?
"Si, ma non un'infanzia idealizzata: io parto dai miei
dodici anni, un periodo di ansia, carico anche di violenza, della necessità
di affermarti, ma in cui si ha una purezza totale dello sguardo, svincolato
da ogni forma di giudizio. Nella drammaturgia che creo questo emerge
con particolare evidenza, nel momento in cui quel bambino non giudica
quanto sta avvenendo, ma sa solo vedere la spettacolarità di
un bombardamento, del crollo di una facciata di un palazzo... tutte
cose che non ha mai visto".
Ma l'assenza del giudizio non è una rinuncia dell'autore
al suo ruolo?
"Assolutamente no. lo spettacolo si interrompe con il
bambino che finalmente recita sulla tomba del fratello la filastrocca
che ha inutilemnte tentato di ricordare per tutto lo spettacolo. Poi,
che la volgiamo chiamare storia di formazione o metafora... le soluzioni
sono diverse, ma la narrazione non può imporne una: è
lo spettatore che la assorbe a seconda della propria esperienza. e l'autore
appare proprio nell'apparente mancanza di presa di posizione".
In che misura il tuo essere siciliano influenza la tua drammaturgia?
"Sono palermitano in maniera pervicace e Palermo, bellissima
puttana in ginocchio, è la città in cui mi sono formato
visivamente. E' un luogo che ti conquista e ti ammalia in un lago di
sangue, ti fa capire la convivenza delle diversità nei tratti
somatici degli abitanti, nei paesaggi...e non ammette tentennamenti,per
questo la vedo rappresentare perfettamente la contemporaneità.
Poi di palermo uso non tanto il dialetto quanto la base ritmica della
sua parlata, quella che possiede il significato, il suono che accarezza
e taglia allo stesso tempo, permette accelerazioni e rallentamenti".
Ma, secondo te, perchè il teatro di narrazione vive una
stagione così felice nel nostro paese?
"E' la forma più antica di teatro mentre oggi c'è
una tale invadenza dell'immagine che si sono creati squilibri nella
percezione stessa della realtà: ma è l'orecchio l'organo
dell'immaginazione, la sede dell'equilibrio e ascoltare vuole dire immaginare
ed entrare dentro di sé, per capirsi, per recuperare valori che
si intuiscono predominanti, in questo mondo di guerra in cui viviamo..."