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Settembre
2005
Davide e Ascanio vanno
alla guerra·
di Simone Soriani
È piuttosto singolare che gli ultimi monologhi
scritti ed interpretati dai due massimi esponenti della cosiddetta “seconda
generazione” del teatro di narrazione, Ascanio Celestini e Davide
Enia, siano entrambi ambientati sullo sfondo del secondo conflitto mondiale.
Da un lato sembrerebbe quasi che il teatro di narrazione stia progressivamente
esaurendosi nella ripetizioni di temi e forme (il cliché dell’attore
che, solo sul palco, si esibisce seduto su di una sedia); dall’altro
si potrebbe invece rilevare come i narr-attori continuino a focalizzarsi
sui “buchi neri” della Storia, perseguendo quell’intento
civile che è stato alla base del successo del narrare scenico fin
dai primi anni ’90 (esemplare il caso del Racconto del Vajont di
Marco Paolini). È in questa ottica che va dunque valutata l’operazione
di Celestini ed Enia, nella volontà cioè di proporre una
contro-storia della seconda guerra mondiale, per cui le vicende del conflitto
sono rilette dal “basso” – secondo la prospettiva di
quei poveri cristi che si sono trovati a vivere la tragedia bellica –
e non secondo la retorica ufficiale, avvertita come inessenziale elenco
di date-nomi-eventi. Per questo la narrazione di Davide ed Ascanio procede
metonimicamente attraverso la raffigurazione del “particolare”,
del quotidiano e dei bisogni elementari e primordiali, come nel caso esemplare
del cibo: la pesca delle anguille con i «cacamarrùni»,
il «pane nìvuru», «’u limiùna»
in Maggio ’43; il ritrovamento casuale della “cipolla”,
le patate, il maiale in Scemo di guerra. Ma la Storia riletta da Celestini
ed Enia – oltre a caricarsi di una valenza attualizzante per cui
la seconda guerra mondiale assurge a paradigma esemplare di ogni conflitto
attuale e presente – ambisce anche a riportare alla luce episodi
storici poco conosciuti o a ribaltare le false certezze incancrenitesi
nel sapere comune e scolastico: si pensi al bombardamento di San Lorenzo
ed al rastrellamento del Quadraro in Scemo di guerra; si pensi alla demistificazione
dell’edulcorato mito degli americani liberatori in Maggio ’43
(«americani froci bastardi di merda… ‘un si bombarda
a menzojornu… c’è ‘u sole… i cristiani
sono tutti in mezzo alla strada… a messa»).
Per ricostruire la “microstoria” di quell’umanità
marginale che si muove nei loro monologhi, Davide ed Ascanio hanno entrambi
condotto una ricerca sul campo di matrice antropologica, intervistando
i superstiti del conflitto e contaminando le testimonianze raccolte con
i ricordi autobiografici dei propri familiari: i personaggi di Maggio
’43 hanno i nomi ed alcune caratteristiche ispirate agli stessi
parenti di Enia; Scemo di guerra nasce invece dai racconti che Celestini
ha ascoltato dal padre fin dalla propria infanzia («Mio padre ha
raccontato questa storia per tutta la vita. Io l’ho ascoltata per
trent’anni»). Un autobiografismo che si salda anche alla volontà
di intrecciare un legame con la propria terra, Palermo per Davide e Roma
per Ascanio – in particolare per quest’ultimo si tratta di
mantenere un duplice vincolo sentimentale: «quello politico con
la mia città e quello umano con mio padre». Del resto, l’intera
produzione di Celestini ed Enia è improntata al recupero ed alla
riscoperta della “memoria” e delle “radici”, cioè
di quell’insieme di valori, miti e riti che determinano la convivenza
umana, civile e sociale. Da un punto di vista drammaturgico, invece, se
il lavoro di Davide si inserisce – rinnovandola – all’interno
della tradizione siciliana del “cunto”; quello di Ascanio
si colloca piuttosto nell’alveo della fiaba e del racconto orale
di derivazione popolare. Forse proprio dalla tradizione popolare Celestini
deriva quella ironica leggerezza e quel gusto per il “fantastico”
– si potrebbe quasi parlare di “realismo magico” –
con cui rievoca anche le più drammatiche vicende del conflitto
bellico. D’altra parte, lo stesso meccanismo narrativo messo in
atto dai due autori-attori, per cui la guerra è filtrata attraverso
gli occhi dei due bambini protagonisti e narratori dei monologhi, permette
di evitare qualsiasi deriva nella direzione di un patetismo consolatorio
e di maniera, straniando le vicende belliche ed acuendone per contrasto
la drammaticità e l’insensatezza. Come per Gioacchino di
Maggio ’43, infatti, il bombardamento è uno spettacolo da
ammirare («è bèddu ‘u fumo, Rosario… fa
delle figure troppo strane»); così per Nino di Scemo di guerra
i residuati bellici sono soltanto giochi: «Mio padre raccontava
che insieme all’altri ragazzini aprivano le bombe. Tiravano fuori
la polvere da sparo per farla scoppiare e sentire il botto».
Tuttavia, se Enia articola il proprio racconto secondo i canoni del «monodramma»
(Guccini), per cui la narrazione risulta costantemente mediata dal personaggio
del bambino-narratore – alter ego dello stesso Enia – ed indirizzata
ad un narratario interno («Rosario fratello mio»); in Scemo
di guerra l’affabulazione è rivolta direttamente al pubblico
in sala ed il performer, pur ricorrendo spesso a narrazioni intradiegetiche,
agisce perlopiù in prima persona senza lo schermo di un’identità
sostituita. Ancora, si può osservare come l’“intreccio”
del monologo di Enia tenda a rispettare la scansione cronologica della
fabula (a questo scopo l’autore-attore si serve del presente narrativo
per attualizzare, come in un “piano sequenza”, le vicende
evocate nell’hic et nunc della performance); mentre il racconto
di Ascanio si apre di continuo a digressioni (analettiche o prolettiche),
come nel caso esemplare della “fiaba” della Madonna e delle
mosche, che tende a caricarsi di una funzione “paradigmatica”
rispetto al contesto narrativo in cui è inserita e di cui sembra
sintetizzare la morale. «Ci vuole pazienza», dice la mosca
parlante, perché «solo con la pazienza [si] riesce a tirare
avanti»; quella stessa patientia (resistenza) di cui ha bisogno
l’umanità dolente ritratta da Davide ed Ascanio: un’umanità
che non si divide manicheisticamente tra buoni e cattivi, un’umanità
fatta solo di “poveri cristi” che subiscono la Storia e che
– parafrasando Celestini – si rassomigliano tutti come gocce
della stessa acqua.
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